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giovedì 20 maggio 2010

La marea nera arriva sulle coste

da www.greenpeace.org


La marea nera arriva sulle coste della Louisiana. La piattaforma esplosa Deepwater Horizon è di proprietà della British Petroleum o Beyond Petroleum, come ha cominciato a chiamarsi qualche anno fa con un'abile operazione di greenwashing.


A quasi un mese dall'esplosione della Deepwater Horizon, il petrolio inizia ad arrivare sulla coste. Il nostro team sul posto – prima di essere allontanato dalla Guardia costiera – è riuscito a documentare con le foto la spiaggia ricoperta da uno strato di catrame denso e viscoso nell'area di South Pass, in Louisiana, vicino alla foce del fiume Missisipi.

Recenti stime confermano le nostre ipotesi che la reale fuoruscita di petrolio sia di ben dieci volte più grande di quanto dichiarato da BP: ecco perché si cerca di nascondere agli occhi dell'opinione pubblica l'entità di questo disastro. Prima avvelenano il mare con i disperdenti chimici per far sparire il petrolio e adesso allontanano chi cerca di monitorare e documentare l'espandersi del disastro.

Sembra che la BP abbia veramente fatto male i sui conti. In documenti ufficiali compilati prima di ricevere l'autorizzazione per queste esplorazioni petrolifere la compagnia affermava, infatti, che era improbabile si verificasse una catastrofe, e che, in caso di disastro, le 50 miglia di distanza dalla costa avrebbero reso altrettanto improbabile un interessamento della costa.

Ma il petrolio è arrivato a terra e a nulla sono valsi i tentativi per arginarlo. È passato più di un mese e il pozzo non è ancora stato chiuso. È ormai sotto gli occhi di tutti che non esistono misure preventive o sufficienti tecnologie di pronto intervento: il rischio delle perforazioni petrolifere offshore è troppo alto per l'ambiente e per le popolazioni.

Eppure è di pochi giorni fa la notizia che i piani della Shell per iniziare perforazioni petrolifere in Alaska stanno andando avanti, mentre anche nel nostro Mediterraneo le richieste di autorizzazioni aumentano, soprattutto in Adriatico e nel Canale di Sicilia

È ora che i governi abbandonino il cammino delle energie fossili e investano con decisione in energie rinnovabili.

giovedì 6 maggio 2010

Storia della canapa italiana nel '900

da www.gruppofibranova.it



Agli inizi del Novecento l'Italia rappresentava la seconda nazione al mondo per la quantità di canapa tessile prodotta ed era preceduta, in questa graduatoria, dalla sola Russia.
A quell'epoca, nel nostro Paese gli ettari destinati a tale coltura ammontavano ad oltre 100.000 con un rendimento annuo che sfiorava gli 800.000 quintali.
Nel 1914 la provincia di Ferrara produceva 363.000 quintali di canapa, contro i 157.000 della provincia di Caserta, i 145.000 della provincia di Bologna e gli 89.000 del napoletano.
Negli anni a seguire, in tutto il territorio nazionale vi fu una progressiva riduzione della superficie coltivata a canapa e, conseguentemente, della fibra prodotta: si passò così da un massimo di 85.000 ettari coltivati, con una produzione complessiva di un milione di quintali, ai 1.860 ettari del 1969 con soli 21.000 quintali di prodotto fino ad arrivare, nel 1970, ad un minimo di 899 ettari con un rendimento di appena 10.000 quintali.
La crisi della canapa, già iniziata nel 1958 con la scomparsa totale della produzione in Val Padana, completò la sua fase nel 1964 quando anche la Campania, ultima regione che ancora tentava di contrastarne l'inesorabile recessione, fu costretta a desistere.
Ne conseguì che mentre questo evento non rappresentò difficoltà insormontabili per i grossi agricoltori, che passarono rapidamente a colture diverse, o per gli industriali del settore, che non tardarono ad adeguare i loro impianti alla lavorazione di fibre sostitutive, costituì invece un autentico dramma per i lavoratori del settore, specialmente per quelli più anziani, per i piccoli artigiani e per le caratteristiche filatrici, che videro svanire quella pur minima, faticosa ma importante fonte di reddito.
Di fatto, sin dal 1929, quando ormai si era manifestata al mondo nella sua totalità quella che fu definita "la grande crisi", vi furono gravi preoccupazioni in campo economico, ma, mentre le nazioni più attente adottarono tempestivamente misure protettive, in Italia solamente nel 1933 furono emanati i primi provvedimenti e costituiti i Consorzi provinciali obbligatori per la difesa della canapicoltura, che, dopo vicissitudini varie, si concentrarono, a partire dal 1953, nel Consorzio Nazionale Produttori Canapa.
A nulla valsero imponenti manifestazioni di canapicoltori come quella del 12 dicembre 1946 a Caserta e convegni di studi ad alto livello, né sortirono alcun effetto gli interventi dell'O.M.C.E., che, esortando a migliorare ed incentivare la produzione della canapa e del lino, costituì una Confederazione Europea del Lino e dalla Canapa. Analogamente a nulla servì l'accorato dibattito sulla crisi della canapicoltura tenutosi il 12 agosto del 1951 a Frattamaggiore (NA), che vide la partecipazione di tutti i parlamentari della Provincia, né giovò alla causa il Convegno di Ferrara del 29-30 gennaio 1955.
Vi fu, senza dubbio, all'epoca una decisa volontà governativa di non intervenire, malgrado le numerose sollecitazioni pervenute da più forze politiche, e fu così che la coltivazione della canapa venne abbandonata in favore di fibre sintetiche, resistenti, poco costose e facili da ottenere, prevalentemente in campo nautico, ma soprattutto in favore del cotone che nello stesso periodo venne favorito da notevoli progressi nella meccanizzazione della raccolta e nelle successive fasi di filatura.
Tra le cause concomitanti, che portarono alla crisi nel settore canapicolo, un posto rilevante lo ebbe sicuramente il sistema di lavorazione della canapa nell'azienda agraria, che richiedeva un impiego complessivo di circa 1.200 ore di manodopera per ettaro, fra i più alti di tutte le colture a pieno campo. Se da un lato questo garantiva occupazione a circa 30 mila operai dall'altro offriva condizioni di lavoro particolarmente difficili, soprattutto nella fase della macerazione in acqua degli steli raccolti in fasci.
Con l’abbandono del lavoro agricolo e delle campagne, avvenuto in modo massiccio negli anni ’60, sono venute a mancare le basi materiali ed umane perché la lavorazione potesse continuare e a questo si è aggiunto l’arrivo di nuove fibre sintetiche che hanno largamente rimpiazzato la canapa nei filati tradizionali. Per questo motivo tra gli anni '50-'60 vennero indetti concorsi annuali per la progettazione di macchine, che permisero una maggiore automazione delle varie fasi di coltivazione e trasformazione della materia prima a fini tessili.
La macerostigliatura rappresenta l'ultimo tentativo, mai realizzato, di rilanciare la coltivazione della canapa nel comprensorio bolognese. Secondo questo innovativo processo di lavorazione, la laboriosa fase di macerazione non sarebbe più stata realizzata in azienda, ma in un impianto industriale. Il progetto prevedeva una stigliatura verde in azienda, cioè sugli steli ancora freschi ed una successiva macerazione industriale della fibra così ottenuta. Nonostante questo procedimento diminuisse l'impiego di manodopera a livello aziendale e permettesse un maggior controllo del delicato processo di macerazione, i progetti che lo descrivevano non sono mai stati realizzati per il concomitante collasso del mercato della canapa.
Da allora in Italia la canapa è rimasta il ricordo di una cultura contadina sempre più lontana. L'intensificazione dei mezzi tecnici di produzione, la realizzazione di macchine agricole sempre più sofisticate, il progressivo cambiamento delle specie coltivate e soprattutto del loro miglioramento genetico hanno fatto progressivamente svanire anche il ricordo dell'antica coltivazione della canapa. Volere coltivare canapa, anche solo per passione è diventato col tempo impossibile. Si è persa la tecnica di coltivazione, sono arrugginite le macchine stigliatrici, sono state perfino smarrite le gloriose varietà italiane un tempo considerate generatrici della miglior canapa del mondo. A questo si deve oltretutto aggiungere una legislazione orba, che accomunava la canapa da fibra a quella da droga, rendendone la coltivazione una pratica illegale. Dalla seconda metà degli anni '90 le cose sembrano essere cambiate ed un rinnovato interesse sembra aver riportato la canapa alla ribalta, se non della coltivazione almeno della cronaca.
Sicuramente grande risonanza ha avuto la canapa impropriamente denominata "indiana", ma la canapa tradizionale, da fibra, ha trovato nuovi estimatori e sostenitori in seno al movimento ecologista, in quanto coltura naturale, a basso impatto ambientale, che non necessità di input chimici per la coltivazione ed in grado di rinettare il terreno dalle erbe infestanti e quindi apportare un benefico effetto sul terreno stesso. Oltre a questo l'agricoltura europea malata di sovrapproduzione ed eccessiva intensificazione ha cominciato a guardare alle cosiddette colture no food, per diversificare ordinamenti colturali troppo serrati e poco sostenibili.
Nel 1998 si è ripreso a coltivare la canapa da fibra grazie al contributo CEE (circa 1.300.000 lire per ogni ettaro coltivato) e ne sono stati seminati 255 ha; nel 1999 180 ha, mentre nel 2000 sono stati poco più di 150 ha.Gli incentivi comunitari del '98 non sono però bastati per rilanciare la canapa in Italia, in quanto l'applicazione delle leggi, che disciplinano gli stupefacenti, tra cui il D.P.R. n° 309 del 9-10-1990, ha fatto temere a molti agricoltori, anche se in regola con le disposizioni vigenti, di incorrere comunque in provvedimenti penali. Nel 2001 è entrata in vigore la norma comunitaria (regolamento C.E. n° 2860/2000), che stabilisce il nuovo limite massimo ammesso di THC (tetraidrocannabinolo): passando dal precedente 0,3% allo 0,2%. Questo provvedimento, che appare riduttivo ai fini di un presunto controllo della produzione di sostanze stupefacenti, essendo le varietà da droga dotate di un contenuto in THC spesso superiore al 10%, sembra aver avuto l'unico effetto di escludere dal mercato le varietà da fibra ungheresi, che superavano di poco il nuovo limite. Un altro impedimento è stato rappresentato dall'assenza di utilizzatori riconosciuti e inclusi nell'elenco dei primi trasformatori della materia prima, che non consente ai produttori di vendere in tempi brevi e a prezzi interessanti il loro raccolto.
La mancanza di seme delle varietà Carmagnola, CS e Fibranova, tutte varietà italiane incluse nell'elenco delle coltivazioni di canapa ammesse ad ottenere i contributi comunitari, ha ulteriormente ostacolato le scelte dei canapicoltori, che sono stati costretti ad acquistare all’estero e ad affidarsi a contratti sfavorevoli.
La disponibilità di seme è oltretutto condizionata da esigenze di programmazione delle attività di moltiplicazione, dalla scarsa terminabilità delle sementi stoccate per più di 6 mesi ed anche dalle continue variazioni delle norme comunitarie. Tutto questo rende molto arduo poter programmare per più anni le superfici da destinare alla coltura della canapa.Ad oggi registriamo la costruzione di un impianto di stigliatura a Comacchio (Fe), che và ad aggiungersi ad un altro che opera da qualche tempo a Guastalla. Nel 2003, grazie ai contratti di ritiro stipulati con gli agricoltori, sono stati messi a coltura circa 1000 ha di canapa, prevalentemente in Emilia Romagna.
Ad oggi registriamo l’avvio di un progetto pilota sulla macero stigliatura, TOSCANAPA, che mette in grado aziende e ricercatori di costruire impianti innovativi e di trasferire le conoscenze acquisite su scala produttiva industriale.
Ad oggi registriamo l’approvazione della legge regionale n°12/2002 in Toscana che, prima nel suo genere, prevede il finanziamento di un progetto pilota di filiera ed altre misure di sostegno per l’avvio del sistema agro industriale.

La vera storia: perchè la marijuana fu proibita

da www.luogocomune.net
di Massimo Mazzucco



La marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp (inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una storia lunga almeno quanto quella dell'umanità. Unica pianta che si può coltivare a qualunque latitudine, dall'Equatore alla Scandinavia, ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso, circa l'80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di combustibile di cui l'umanità abbia mai fatto uso.
E poi, cosa è successo? E' successo che in quel periodo è avvenuto il clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell'agricultura, e di questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.


I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil - Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per formare un'alleanza sufficientemente forte per batterlo.


L'unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso di quelle dimensioni risultò la messa al bando totale. L’illegalità. Partì quindi un'operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa ed efficace ("droga del diavolo", "erba maledetta" ecc. ), grazie agli stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla manovra, contribuendo in maniera determinante a porre il sigillo alla bara della cannabis.

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa (non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso "Marijuana Tax Act" del 1937, tutt'ora in vigore, non sapevano che marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per l'occasione.

Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti marchi originali Dupont), il mercato dell'automobile si indirizzava definitivamente all'uso del motore a benzina (il primo motore costruito da Diesel funzionava con carburante vegetale), e Hearst iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che generosamente si offriva di porre rimedio all'improvviso “vuoto di mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis stessa.

E le "multinazionali" di oggi, che influenzano fortemente tutti i maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di quella storica alleanza, nata negli anni '30, fra le grandi famiglie industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l'affare del secolo.

La canapa: una risorsa pulita per un'economia sostenibile

da www.usidellacanapa.it



Si parla sempre molto di ambiente, ma se ne parla anche molto a sproposito. Infatti, nonostante i tanti dibattiti, quando c'è una possibilità di sostituire il petrolio con materie prime naturali e rinnovabili, nessuno se ne accorge [...] Certo, è molto difficile oggi immaginare un'economia sviluppata che possa fare a meno del petrolio, dei milioni di alberi abbattuti ogni anno per fare la carta, e dei prodotti dell'industria chimica. Ed è altrettanto difficile immaginare una società affluente senza le montagne di rifiuti, l'inquinamento e gli altri danni all'ambiente a cui siamo da tempo abituati.
Eppure una concreta e fondata speranza esiste: questa speranza ci viene dalla canapa. Con le materie prime della canapa si possono produrre, in modo pulito ed economicamente conveniente, tessuti, carta, plastiche, vernici, combustibili, materiali per l'edilizia ed anche un olio alimentare di altissime qualità. La canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche conosciute fin dall'antichità sia in Oriente che in Occidente. In Cina essa era usata fin dalla preistoria per fabbricare corde e tessuti, e più di 2000 anni fa è servita per fabbricare il primo foglio di carta. Nel Mediterraneo già i Fenici usavano vele di canapa per le loro imbarcazioni. E nella Pianura Padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall'epoca romana [...]
Una importante caratteristica della pianta di canapa è la sua produttività. E' una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata: una coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno. Molti contadini vogliono riprendere a coltivare la canapa se non altro perchè, data la sua velocissima crescita, essa sottrae la luce e soffoca tutte le altre erbe presenti sul terreno, e lo libera quindi da tutte le infestanti meglio di quanto non sappiano fare i diserbanti.

Ecco che cosa si può ricavare dalla canapa:

TESSUTI - La pianta di canapa, più produttiva in fibra tessile del cotone, oggi può essere lavorata in impianti che sostituiscono le lunghe e faticose lavorazioni manuali di un tempo. La sua coltivazione richiede pochi pesticidi e fertilizzanti, mentre il cotone specialmente di pesticidi ne richiede moltissimi. Inoltre la fibra della canapa è molto più robusta e dura più a lungo. Attualmente può essere lavorata in modo da renderla sottile quanto si vuole, e viene proposta in sostituzione del cotone e delle fibre sintetiche.

SEMI E OLIO - La canapa, oltre che per la fibra tessile può essere coltivata per ricavarne i semi. I semi di canapa contengono proteine di elevato valore biologico nella misura del 24 %, ed un olio nella percentuale dal 30 al 40 %. Per il loro valore nutritivo i semi di canapa sono stati proposti come rimedio alla carenza di proteine dei paesi in via di sviluppo.
Le qualità dell'olio di canapa sono eccezionali. E' particolarmente ricco di grassi insaturi ed è l'ideale per correggere la dieta dell'uomo moderno e per prevenire le malattie del sistema cardiocircolatorio. Altrettanto straordinarie sono le proprietà di questo olio per gli usi industriali: non a caso è stato paragonato all'olio di balena. Le vernici fabbricate con questa materia prima, oltre a non essere inquinanti, sono di qualità incomparabilmente superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati del petrolio. Con l'olio di canapa si possono inoltre fabbricare saponi, cere, cosmetici, detersivi (veramente biodegradabili), lubrificanti di precisione ecc.

CARTA - Una volta estratta la fibra tessile o dopo aver raccolto di semi, rimangono la stoppa più la parte legnosa o canapolo, che non si possono considerare solo un semplice sottoprodotto, ma un'altra importante materia prima. Con la stoppa si può fabbricare carta di alta qualità, sottile e resistente. Con le corte fibre cellulosiche del legno si può produrre la carta di uso più corrente, come la carta di giornale, i cartoni ecc.
Fare la carta con la fibra e il legno della canapa comporta importanti vantaggi: innanzitutto per la sua enorme produttività in massa vegetale, e poi perchè la si può ottenere da un'unica coltivazione insieme alla fibra tessile o ai semi.
Un altro grosso vantaggio della canapa è costituito dalla bassa percentuale di lignina rispetto al legno degli alberi, che ne contengono circa il 20 % anzichè il 40 %.
Attualmente le grandi cartiere utilizzano solo il legname degli alberi. Il processo per ottenere le microfibre pulite di cellulosa, e quindi la pasta per la carta, prevede l'uso di grandi quantità di acidi che servono per sciogliere il legno. Questa operazione, ad un tempo costosa ed inquinante, non è necessaria con la carta di canapa ottenuta dalla sola fibra, e per quanto riguarda il legno di acidi ne servono meno della metà. Inoltre la fibra e il legno della canapa sono già di colore bianco e la carta che se ne ottiene è già stampabile. E per renderla completamente bianca è sufficiente un trattamento al perossido di idrogeno (acqua ossigenata), invece dei composti a base di cloro necessari per la carta ricavata dal legno degli alberi. Questi composti chimici sono una delle cause principali dell'assottigliamento dello strato di ozono nell'alta atmosfera.

TAVOLE - Con i fusti interi della canapa, pressati con un collante, si possono fabbricare tavole per l'edilizia e la falegnameria in sostituzione del legno, che sono di grande robustezza, flessibilità ed assai più leggere.

MATERIE PLASTICHE - Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili che, se in molti casi non possono competere con le sofisticate materie plastiche di oggi, hanno comunque fin dall'inizio una serie di usi importanti per imballaggi, isolanti e così via.

COMBUSTIBILI - La canapa, per la sua alta resa in massa vegetale, è considerata anche la pianta ideale per la produzione di combustibili da biomassa in sostituzione dei prodotti petroliferi. Bruciare combustibili da biomassa anzichè petrolio non fa aumentare l'effetto serra. Infatti l'anidride carbonica viene prima sottratta all'atmosfera durante la crescita della pianta, e poi restituita all'aria al momento della combustione. In questo modo la quantità di anidride carbonica dell'atmosfera non aumenta, al contrario di quello che succede se si bruciano idrocarburi fossili.

venerdì 23 aprile 2010

Buon profeta Jonathan

da http://espresso.repubblica.it
22 febbraio 2010
di Umberto Veronesi


Il grande oncologo spiega perché mangiare carne è una follia


Roberto Saviano
ha 31 anni, Jonathan Safran Foer ne ha 32. L'autore italiano di 'Gomorra' e l'autore americano di cui sta ora per uscire anche in Italia l'appassionato 'Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?' che ha già suscitato in America violente polemiche, a mio giudizio hanno in comune la rara capacità di fare gli scrittori entrando nel vivo di realtà scomode. Forse bisogna pensare ad Emile Zola, per trovare un precedente. Apparentemente si occupano di cose molto diverse, perché Saviano fa un reportage sulla società egemonizzata dalla camorra, mentre Safran Foer fa un'inchiesta sul mondo semisconosciuto degli allevamenti di animali da carne, ma entrambi ci comunicano l'esistenza di nuclei di 'non-mondo', dove la violenza di un modello di profitto (illegale il primo, formalmente legale il secondo) cancella in qualche modo l'idea di umanità.
Perché? Perché tutto diventa una macchina per far soldi, e se alla camorra non importa svuotare la democrazia, all'industria della carne non importa svuotare le prospettive di sopravvivenza del nostro pianeta. I dati a nostra disposizione sono sinistramente chiari, e non è inutile ricordarli. Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui, poi c'è stata una crescita accelerata.
Nel 1900 la popolazione era già quasi raddoppiata, con 1 miliardo e 600 milioni di persone. Ora siamo arrivati a quasi 7 miliardi, e si presume che nel 2025, cioè tra appena quindici anni, sulla Terra ci saranno 10 miliardi di uomini. Che fare?

I Paesi del Terzo Mondo sospettano le nazioni del benessere di voler imporre la denatalità, e io, per conto mio, sono convinto che bisogna ben guardarsi da tentazioni demografiche odiose. Sono però altrettanto convinto che siamo ormai arrivati a un punto di rottura, e che - oggi, e non domani - bisogna fare una scelta tra il nutrire gli uomini e nutrire gli animali per consumarne la carne. Altrimenti sarà la fame, e insieme con la fame, la guerra. Non dimentichiamo poi un'altra sciagura che sovrasta il nostro pianeta, cioè il progressivo riscaldamento dell'atmosfera, che può arrivare a sconvolgere gli equilibri, con conseguenze inimmaginabili. L'allevamento industriale di animali da macello è il primo responsabile del riscaldamento terrestre, ed è tra le prime due o tre cause di tutti i problemi ambientali più gravi, come l'inquinamento dell'aria e dell'acqua e la distruzione delle foreste. E allora?


Allora bisogna prendere la decisione, motivata e razionale, di cambiare modello. Non è impossibile. Gli scienziati sono d'accordo che la fame nel mondo non è una questione di produzione, ma di distribuzione delle risorse. Tecnicamente sarebbe possibile nutrire tutta l'umanità se si fa la scelta vegetariana. Volete un dato convincente? Un chilo di carne sulla nostra tavola ha richiesto 20 mila litri di acqua, proprio quel cosiddetto 'oro azzurro' che oggi noi impieghiamo (e sprechiamo) con la massima tranquillità e indifferenza, e che domani potrebbe addirittura venir razionato su scala mondiale, come sanno già a loro spese quelle aree del pianeta dove l'acqua è rara e preziosa.

Io, cresciuto in una cascina dove vedevo pulcini e vitellini e non mi sapevo adattare all'idea che poi venissero uccisi, sono vegetariano per scelta etica, e non posso impedirmi di vedere dietro una bistecca o una salsiccia le sofferenze e la morte di creature viventi. E c'è dell'altro, puntualmente presente nella non-fiction di Safran Foer, in realtà una superba inchiesta sul campo che mostra tutti gli orrori degli allevamenti e delle macellazioni: gli americani consumano ogni anno quattro milioni di chili di antibiotici, mentre per trattare gli animali da macello ne vengono impiegati trentotto milioni di chili, il che significa in pratica, per la legge della catena alimentare, che si consuma carne inzeppata di antibiotici, con quali risultati per la salute umana è facile immaginarlo, a partire dalla selezione di ceppi di germi resistenti agli antibiotici stessi.

Chiudo con un'annotazione. Il loro nome è animali, ma noi non gli riconosciamo l'anima, qualunque cosa essa sia. Riconosciamogli almeno la capacità di esseri 'senzienti'. Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l'angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle 'cose'. Sottomesse all'inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e ritorna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza rimorso e anzi placidamente, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento.

lunedì 2 novembre 2009

Il Vaccino dalle Uova d'Oro

da www.lavocedellevoci.it
29 ottobre 2009
di Rita Pennarola


Sorpresa: nei grandi ospedali per malattie infettive buona parte di medici in servizio non intende vaccinarsi contro il virus della Suina. Succede al Cotugno di Napoli. E non solo. Vediamo perche'.

Se, come dimostrano i numeri, i colossi del farmaco, dall'alto del loro mezzo biliardo di dollari e passa all'anno di fatturato, superano di gran lunga l'invincibile industria delle armi, non risulta poi cosi' difficile capire perche' periodicamente, con cadenza ormai “regolare”, scoppia l'allarme mediatico sulle pandemie che, come altrettanti Armageddon, stanno arrivando a flagellare il pianeta, mietendo milioni di vittime e rendendo percio' piu' che mai invocato l'arrivo di specifici vaccini. Virus creati in laboratorio proprio per far nascere la necessita' di contrastarli, mantenendo su livelli altissimi le corazzate quotate in Borsa? E, in ogni caso, quali conseguenze potranno avere sulla salute umana prodotti a base di virus, realizzati molto spesso sull'onda dell'emergenza, ma destinati alla profilassi di massa su scala mondiale (quest'anno da novembre in poi)?
Quasi “naturale”, allora, che dopo gli allarmi globalizzati sul virus dell'antrace (2001) e sull'influenza aviaria (che nel 2005 vide l'allora ministro della Salute Francesco Storace lanciato all'acquisto di dosi da milioni di euro, poi di fatto mai utilizzate perche' nel frattempo il virus era “mutato”), oggi dovesse arrivare una ennesima “maledizione biblica”. Terrorizzante, per la maggior parte dell'umanita', ma, per qualcun altro, provvidenziale.
Sulla influenza A o “suina” - quel virus H1N1 che sta tenendo col fiato sospeso buona parte dell'umanita', fra propaganda dei governi, complicita' dei grandi media nelle mani degli stessi colossi farmaceutici, ma anche fra leggende metropolitane e falsi scoop - cominciano oggi a farsi strada le prime, rigorose ricostruzioni che, dati scientifici alla mano, lasciano filtrare le terribili verita' alla base dell'allarme planetario.
Percio', nelle stesse ore in cui la Agenzia europea per il controllo sui farmaci da' via libera ai primi due vaccini anti-pandemia, che saranno prodotti da Novartis e GlaxoSmithKline, arrivano impietosi dossier come quello di Luciano Gianazza, autore di numerosi libri che smascherano il dietro le quinte affaristico della medicina contemporanea. Il quale oggi parla di questi vaccini come delle nuove armi biologiche di distruzione di massa.

ACCHIAPPA LA SUINA
Dopo le prime avvisaglie della scorsa primavera, il clamore mediatico sulla suina esplode a giugno, quando la Organizzazione mondiale della sanita' annuncia che la pandemia sara' di livello 6, vale a dire molto elevato, scatenando la corsa dei governi all'acquisto del vaccino. L'attivita', nei laboratori, diventa da allora frenetica. Quali rischi comportano la fretta e la conseguente, possibile approssimazione? «Alle multinazionali del cartello Big Pharma (GlaxoSmithKline, Baxter, Novartis e altre) - punta l'indice Gianazza - e' stato assicurato che non vi sara' contro di loro alcun ricorso per eventuali morti o gravi danni che questi vaccini possono causare».
Ancor piu' esplicito il movente economico: «la Novartis - fa sapere Gianazza - ha raccolto ordinativi gia' da trenta diversi Paesi. Solo dagli Usa ricevera' 346 milioni di dollari per l'antigene e 348,8 milioni per un adiuvante. La Baxter ha ordini da cinque Paesi per 80 milioni di dosi, ma non ha ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration, quindi vendera' al di fuori degli Stati Uniti. GlaxoSmithKline ha ricevuto 250 milioni per la fornitura agli Usa di numerosi “prodotti pandemici”. Il totale degli ordini nei soli Stati Uniti ammonta a 7 miliardi di dollari».
Numerose le sostanze tossiche, a partire dai cosiddetti adiuvanti, senza i quali i vaccini non potrebbero essere conservati ne' mantenuti in forma stabile. Fra questi Gianazza enumera ad esempio «il thimerosal, conservante 50 volte piu' tossico del mercurio, che puo' provocare a lungo termine disfunzioni del sistema immunitario, sensoriali, motorie, neurologiche, comportamentali».
GlaxoSmithKline, che ha sede a Londra, come adiuvante per i suoi vaccini usa anche un composto contenente alluminio, il cui uso, in certe dosi, e' causa accertata di disfunzione cognitiva.
C'e' poi la formaldeide: una nota sostanza cancerogena e tossica per l'apparato riproduttivo. «Nel 2007 - continua Gianazza - la California ha utilizzato piu' di 30.000 tonnellate di questa sostanza cancerogena come microbicida sulle piu' importanti coltivazioni sparse nel suo territorio».
Altro ingrediente comune ai nuovi vaccini e' lo squalene, noto come sostanza che puo' provocare l'artrite reumatoide. E i ricercatori oggi associano l'uso dello squalene alla cosiddetta “Sindrome della Guerra del Golfo” che ha colpito migliaia di soldati americani con danni irreparabili al sistema immunitario, compresi sclerosi multipla, fibromialgia e, appunto, l'artrite reumatoide.
Passiamo al secondo produttore, la Baxter International con casa madre a Chicago e una sede anche in Italia. Non si conoscono ancora fino in fondo le sostanze presenti nel nuovo vaccino, ma puo' essere utile dare un'occhiata a quelle che si trovavano nel prodotto contro il virus H5N1 dell'influenza aviaria.
«Le cellule in coltura - si legge nel dossier di Gianazza - sono prese dalla “scimmia verde africana”. I tessuti prelevati da questa specie di scimmie sono stati in passato responsabili della trasmissione di virus, tra cui l'HIV e la poliomielite. La Baxter ha posto una richiesta di brevetto sul processo che utilizza questo tipo di coltura cellulare per la produzione di quantita' di virus infettivi, che vengono poi inattivati con formaldeide e luce ultravioletta».
Passiamo al terzo colosso, l'elvetica Novartis International AG con sede a Basilea e una propaggine in Italia, a Torre Annunziata, ai margini del fiume Sarno, il corso d'acqua tristemente famoso per essere uno fra i piu' inquinati d'Europa. Ed e' proprio dalla Novartis che l'Italia avrebbe acquistato le sue dosi di vaccino anti-suina. Al pari della Baxter, la corazzata elvetica sta utilizzando una linea cellulare di cui e' proprietaria (analoga a quella della scimmia verde) per far crescere i ceppi del virus, invece delle uova di gallina, come si era sempre fatto finora. Cio' permette all'azienda di ridurre drasticamente il tempo necessario per iniziare la produzione del vaccino, che ha preso la denominazione ufficiale di “Focetria”.
Anche qui non mancano additivi come la formaldeide e il bromuro dicetiltrimetilammonio, un disinfettante utilizzato per sterilizzare utensili.

PARTICELLE KILLER
Altro allarme e' quello lanciato dall'economista e politologo William Engdahl, collaboratore di testate come Asia Times e autore di libri sulla globalizzazione. A meta' settembre il gruppo indipendente internazionale Global Research pubblica un articolo in cui Engdahl rivela la presenza di nanoparticelle nei vaccini per l'influenza H1N1. «Ora e' saltato fuori - si legge - che i vaccini approvati per essere utilizzati in Germania e nei paesi europei contengono delle nanoparticelle in una forma che e' risultata attaccare cellule sane e che puo' essere mortale».
Il sistema era stato messo a punto nel 2007 dai ricercatori dell'Ecole Polytechnique Fe'de'rale de Lausanne i quali, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, avevano spiegato: «queste particelle sono cosi' sottili che, una volta iniettate, nuotano nella matrice extracellulare della pelle e vanno di filato ai linfonodi. Entro pochi minuti raggiungono una concentrazione di cellule D migliaia di volte maggiore che nella pelle. La risposta immunitaria puo' essere quindi estremamente forte».
«C'e' un solo - obietta Engdahl - piccolo problema: i vaccini che contengono nanoparticelle possono essere mortali o, come minimo, causare danni irreparabili per la salute». Le particelle di nanodimensioni - viene spiegato - si fondono con le membrane del nostro corpo e, secondo studi recenti condotti in Cina ed in Giappone, vanno avanti a distruggere le cellule senza sosta. Una volta che hanno interagito con la struttura cellulare, non possono piu' essere rimosse.
«Dopo lo scandalo dell'amianto - incalza Engdahl - e' stato appurato che particelle di dimensione inferiore ad un milionesimo di metro, per la loro enorme forza attrattiva, penetrano in tutte le cellule distruggendo tutte quelle con le quali entrano in contatto. E le nanoparticelle sono ben piu' piccole delle fibre di amianto. Prove effettuate a Beijing dimostrano gli effetti mortali sull'uomo».
L'European Respiratory Journal, autorevole periodico destinato a medici ed operatori sanitari, nel numero di agosto ha pubblicato un articolo intitolato “L'esposizione alle nanoparticelle e' correlata con il versamento pleurico, la fibrosi polmonare ed il granuloma”. Si riporta quanto avvenuto nel 2008 a sette giovani donne ricoverate presso il Beijing Chaoyang Hospital. Di eta' fra i 18 ed i 47 anni, erano state esposte a nanoparticelle per un periodo dai 5 ai 13 mesi sul posto di lavoro. Analoghi i sintomi: dispnea, versamento pleurico, liquido nei polmoni, difficolta' respiratoria. Gli esami hanno confermato che le nanoparticelle avevano innescato nei polmoni infiammazioni e processi di fibrosi, con presenza di granulomi nella pleura. Il microscopio elettronico ha permesso di osservare che le nanoparticelle si erano collocate nel citoplasma e nel nucleo delle cellule epiteliali e mesoteliali dei polmoni.
«Il fatto chel'Organizzazione mondiale per la sanita', l'European Medicines Evaluation Agency ed il German Robert Koch Institute permettano oggi che la popolazione venga iniettata con vaccini ampiamente non sperimentati contenenti nanoparticelle - e' la drastica conclusione di William Engdahl - la dice lunga sul potere della lobby farmaceutica sulle politiche europee».

lunedì 7 settembre 2009

Una montagna di balle

Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers, ha documentato la cosidetta emergenza rifiuti Campana per svelarne gli ingranaggi, individuare responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dellEuropa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l'assalto ai fondi pubblici, le zone d'ombra della democrazia, il boicottaggio della differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative.

E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti!?
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Da un'idea di Sabina Laddaga, Maurizio Braucci e Nicola Angrisano con la voce narrante di Ascanio Celestini con le musiche di Marco Messina Regia di Nicola Angrisano

Una Montagna Di Balle from spazzatour on Vimeo.

http://docutrashfilm.noblogs.org

domenica 26 luglio 2009

Uroda Piero: farmacista cattolico...

da www.politbjuro.com


Il farmacista Uroda Piero è il presidente dell’Unione farmacisti Cattolici, un’associazione di farmacisti che crede ad una superstizione molto diffusa tra i cattolici e sostenuta dallo stesso capo della loro Chiesa, secondo la quale, al momento del concepimento, nell’ovulo fecondato si installerebbe un’entità che gli adepti del cattolicesimo definiscono anima.
Uroda Piero, pur gestendo non una rivendita di caramelle, ma una farmacia, un esercizio cioè che pur essendo privato è di fatto legato ad un servizio essenziale e di pubblica utilità, intende arrogarsi il diritto di decidere cosa vendere e cosa non vendere in base alle proprie sciocche superstizioni.
Per questo, ha rifiutato la vendita di una confezione di “Norlevo”, la cosidetta “pillola del giorno dopo” ad una donna che, in possesso di regolare prescrizione del medico, si era presentata presso la sua farmacia.
Uroda Piero è stato per questo denunciato.
Ma è probabile che se la caverà senza problemi, visto che esercita in Italia, provincia del Vaticano.
Se comunque siete curiosi di vedere che faccia ha uno che è vittima delle superstizioni, il farmacista Uroda Piero lo potete trovare presso il suo esercizio commerciale: farmacia “Santa Maria Della Salute” di V. Torre Clementina 76/78, Fiumicino “Roma” (nella foto).
Ma non chiedetegli niente che sia legato al sesso, la sua coscienza gli vieterebbe di vendervelo.
Potete provare invece con un qualche preparato galenico a base di “Acqua Santa”, avrete più successo.

martedì 30 giugno 2009

Michael Jackson assassinato, Obama bioterrorista?

da http://ambientalismodirazza.blogspot.com


La giornalista austriaca Jane Burgermeister ha denunciato l'Organizzazzione Mondiale della Sanità, case farmaceutiche e adirittura il presidente americano, Barack Obama, di far parte di un piano di vaccinazione di massa contro l'influenza suina che ha come vero scopo la riduzione significativa della popolazione mondiale. Questo sembra essere in collegamento con la morte di Michael Jackson, e qualcuno accusa la CIA di averlo assassinato .


A monte della motivazione che la CIA avrebbe avuto per assassinare Michael Jackson ci sarebbe stato un accordo sottoscritto con il figlio del Re del Bahrein, lo Sceicco Abdullah bin Hamad al-Khalifa lo scorso Novembre a Londra che prevedeva che in cambio di milioni di dollari preventivamente versati a Jackson dallo Sceicco, la pop star avrebbe permesso che il suo tour di concerti "tutti esauriti" nel Regno Unito diventasse una piattaforma per metter in guardia il mondo da un imminente evento di genocidio di massa. Sia Michael Jackson che lo Sceicco Abdullah bin Hamad al-Khalifa sono stati a lungo dei supporter della coraggiosa giornalista investigativa autriaca Jane Burgermeister che sta tentando di metter in guardia il mondo che sta per essere compiuto il più grande crimine contro l'umanità.
Jane Burgmeister ha inoltre recentemente denunciato, presso l'FBI, l'Organizzazzione Mondiale della sanità - OMS (WHO) , le Nazioni Unite - ONU(UN) e molti funzionari governativi di alto rango di di bio-terrorismo criminale e di tentativo di commettere un assassinio di massa. La giornalista ha anche preparato una ingiunzione contro le vaccinazioni forzate che stanno per essere imposte in America. Queste denunce seguono quella che la Burgmeister aveva fatto in aprile contro la Baxter AG e la Avir Green Hills Biotechnology in Austria per aver prodotto un vaccino contaminato contro l'influenza, affermando che questo era un atto deliberato per causare e trarre profitto da una pandemia.
Nelle sue accuse la Burgmeister presenta evidenze di atti di bioterrorismo che sono in violazione delle leggi americane compiuti da un gruppo operante all'interno degli USA sotto la direzione di banchieri internazionali che controllano la Federal Reserve, e che comprende anche l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, le Nazioni Unite e la Nato. Questo bioterrorismo avrebbe come scopo quello di compiere un genocidio di massa contro la popolazione degli Stati Uniti attraverso l'utilizzo di un vaccino contro l'influenza geneticamente manipolato, allo scopo di causare la morte. Questo gruppo godrebbe della complicità di uffici governativi di alto livello negli Usa.
Specificamente, le accuse sono rivolte verso Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti, David Nabarro, Coordinatore per l'Influenza presso le Nazioni Unite, Margaret Chan, Directore Generale dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità, Kathleen Sibelius, Secretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi in America, Janet Napolitano, Secretario del Dipartimento della Sicurezza nazionale, David de Rotschild, banchiere, David Rockefeller, banchiere, George Soros, banchiere, Werner Faymann, Cancelliere Austriaco, Alois Stoger, Ministro della Sanità Austriaco, e molti altri, che farebbero parte di questo gruppo internazionale criminale che avrebbe già sviluppato, prodotto, stoccato ed impiegato armi biologiche per eliminare la popolazione degli Stati Uniti ed altri paesi per vantaggi economici e politici.
La denuncia contesta agli accusati di aver cospirato gli uni con gli altri allo scopo di ideare, finanziare e prendere parte alla fase finale dell'implementazione di un piano segreto bioterroristico internazionale che coinvolgerebbe anche le compagnie farmaceutiche Baxter e Novartis. Ciò sarebbe stato compiuto attraverso la bioingegneria ed il rilascio di agenti biologici letali, specificamente i virus dell'influenza aviaria e di quella suina allo scopo di avere un pretesto per richiedere un programma di vaccinazione obbligatoria di massa che diventerebbe il mezzo per somministrare un agente biologico tossico in grado di causare la morte o la debilitazione dei cittadini degli Stati Uniti. Questa azione è in violazione del Biological Weapons Anti-terrorism Act degli Stati Uniti.
E' interessante notare anche che nel giorno dell'assassinio di Michael Jackson, il Centro Americano per la Prevenzione ed il controllo delle malattia ha diffuso un comunicato che dichiarava che i loro modelli matematici mostravano che 1 milione di americani ha già contratto l'influenza suina e che sono già state istituite delle Aree Contaminate di Emergenza negli Stati Uniti.
Nonostante la consapevolezza che Michael Jackson ha condotto una vita problematica, non può essere sottaciuto che la star ha mostrato un amore reale verso tutta l'umanità, come espresso da lui nel coro dell'inno al genere umano, We are the world.