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lunedì 24 gennaio 2011

Spunta la proposta legge anti-pm: "Punire i magistrati che intercettano"

da www.repubblica.it


Spunta la proposta legge anti-pm: "Punire i magistrati che intercettano"

Depositata alla Camera il 28 ottobre, due giorni dopo l'esplosione dell'affare Ruby, a firma del parlamentare Pdl Vitali, ora al vaglio del premier. "Riparazione di ingiusta intercettazione di comunicazioni telefoniche e conversazioni"

ROMA - Dal Parlamento emerge con concretezza di legge l'idea che lo stesso Berlusconi ha lanciato con i sui videomessaggi sulla punizione dei magistrati inquirenti. Si tratta di una proposta di legge - riferisce l'agenzia Dire - depositata alla Camera il 28 ottobre scorso, esattamente due giorni dopo l'esplodere del caso Ruby, quando si seppe che il premier aveva telefonato alla questura di Milano per far affidare l'allora minorenne marocchina al consigliere regionale della Lombardia, Nicole Minetti. La prima firma è del deputato Pdl Luigi Vitali, sottoscritta da altri 29 parlamentari suoi colleghi, tra cui Cirielli, Cassinelli, Lehner. Il titolo è chiaro: "Introduzione dell'articolo 315-bis del codice di procedura penale, concernente la riparazione per ingiusta intercettazione di comunicazioni telefoniche o di conversazioni".

La proposta è stata consegnata direttamente nelle mani di Silvio Berlusconi - che ora la sta valutando - il giorno della riunione con i deputati-avvocati del Pdl. "L'ho consegnata io al presidente- spiega Vitali- e mi ha detto che la esaminerà con attenzione. La prossima settimana la presenterò in conferenza stampa e chiederò di esaminarla subito in commissione giustizia".

A leggere i cinque articoli, il progetto di legge sembra proprio pensato per il caso Ruby. E, se venisse approvato dal Parlamento, metterebbe un serio freno all'uso delle intercettazioni da parte dei magistrati, che potrebbero incorrere in pesanti sanzioni.

I punti principali della proposta sono i seguenti: i pm e i gip non competenti territorialmente e funzionalmente non potranno più autorizzare intercettazioni, pena provvedimenti disciplinari stabiliti dal ministro della Giustizia. In caso di assoluzione in un processo, l'imputato, ma anche tutti i testimoni finiti nelle intercettazioni 'spiattellate' sui giornali, avranno diritto a un risarcimento fino ad un massimo di 100mila euro, che sarà sborsato di tasca propria dai pm dopo sentenza "di responsabilità contabile" della Corte dei conti. Potrà infatti chiedere l'applicazione della legge chi è stato assolto con sentenza irrevocabile "perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato da un'imputazione formulata nell'ambito di un procedimento penale nel quale è stato destinatario di intercettazioni di comunicazioni telefoniche o di conversazioni". Chi verrà prosciolto da ogni accusa, insomma, "avrà diritto a un'equa riparazione per l'intercettazione ingiustamente subita".

Ma la vera "chicca" è la norma transitoria che rende la legge retroattiva: avranno diritto al risarcimento anche coloro che sono stati coinvolti in indagini risalenti a 5 anni prima della sua entrata in vigore.

Nella relazione di accompagnamento al testo, Vitali spiega: "È innegabile che soprattutto negli ultimi anni vi sia stato un abuso" dello strumento delle intercettazioni "che, da un lato, è enormemente costato alle casse dello stato e, dall'altro, è stato largamente invasivo del diritto costituzionale alla riservatezza nei confronti di numerosissimi cittadini che sono usciti dalle rispettive vicende dopo essere passati nel 'tritacarne' mediatico e giudiziario. Il Parlamento è stato fino a oggi incapace di dettare una disciplina che regolamentasse la materia".

venerdì 21 gennaio 2011

Ecco a voi il cellulare di Silvio Berlusconi

Mettendo assieme il mezzo numero presente nel registro chiamate della escort brasiliana Michel (riportato nelle 389 pagine dell'invito a comparire di B.), al mezzo numero mostrato dalla escort Nadia Macrì nell'ultima puntata di Annozero, ecco il risultato.

335 1500 431 Silvio Berlusconi

In pratica i cittadini italiani del 2011 hanno scoperto il numero privato del loro Presidente del Consiglio incrociando le agende telefoniche di due prostitute, e credo che con questo sia stato detto tutto.


domenica 19 dicembre 2010

E’ GIUSTO NON TOLLERARE LA PROTESTA DEI GIOVANI. BISOGNA RINGRAZIARLI

da Il Venerdì n. 1187 del 17 Dicembre 2010
di Curzio Maltese


L’Italia è un Paese per vecchi. Ma il linciaggio mediatico che ha accompagnato il movimento delle università, con le calunnie vomitate dai soliti cani da guardia contro una protesta pacifica, creativa, intelligente, beh, questo è davvero preoccupante. Significa che il Paese invecchia molto male, nel rancore e nell’egoismo, proprio come l’uomo che si è scelto per farsi condurre alla tomba.

L’Italia è vecchia nell’età, 43 anni in media, contro i 26 del resto del mondo; nella classe dirigente, la più longeva del Pianeta; nell’industria, ancora basata sulla manifattura a basso livello di tecnologia. Decrepita nella cultura e nella formazione, con la metà degli investimenti su ricerca e università e meno della metà dei laureati sulla media europea, cioè un terzo nel confronto con Germania e Francia, e indici di lettura africani.

In Italia è vecchia anche la maggioranza dei giovani, cresciuti in mezzo alla pattumiera televisiva, rassegnati al familismo come stile di vita e a campare di paghetta fino a quarant’anni, fra le forfore della nonna. Ora, se in questo Stato la nostra meglio gioventù scende in piazza e ci costringe a parlare di argomenti seri, bisogna far festa, abbracciarli uno a uno. Reclamano un diritto da cittadini democratici, il diritto allo studio. Non si lamentano senza far nulla, come la maggioranza dei sudditi di questo ridicolo regno.

Qualche volta esagerano, d’accordo. Ma esagerano meno della polizia e molto meno di quanto abbiano esagerato con loro le generazioni passate. Gli abbiamo lasciato un mondo del lavoro senza speranze e una montagna di debiti da pagare. Il debito pubblico è questo, fottere il futuro dei figli. Non sono poveri, non ancora. Hanno il telefonino, il computer. Ma saranno poveri, nella logica del declino.

Dopo il Rinascimento c’è voluto quasi un secolo per ridurre l’Italia alla miseria, ma i tempi cambiano e questi son veloci.

Nel giro di una generazione finiranno a fare i camerieri dei coetanei cinesi o tedeschi. Non per colpa degli immigrati, che ci salvano dalla bancarotta di Stato e dalla recessione permanente. Per la responsabilità, l’irresponsabilità anzi, e l’egoismo di padri e nonni.

Che cos’hanno da perdere nella protesta? Che cosa ci fanno perdere? Il futuro italiano è una bomba a orologeria e questi ragazzi stanno cercando di disinnescare il timer. Si può dire soltanto: grazie.

martedì 9 novembre 2010

Roberto Benigni canta "Le proprietà di Berlusconi"

da "Vieni via con me" - 8/11/2010



Io sono il boss, l'imprenditore
il proprietario del partito dell'amore
io sono il Cesare, leader mondiale
io sono il papi, l'utilizzator finale.

La camera è mia, è mio il senato
sono io il padrone di Ibrahimovic e Pato
c'ho banche e banchieri, c'ho case editrici
c'ho Confalonieri, la Rai,
Mediaset, gli attori e le attrici.

E' mio Il Giornale e il Viminale
e naturale fra tre anni il Quirinale
finalmente sarà mio come fatto personale
magistratura e corte costituzionale.

E' tutto mio, faccio sul serio palazzo
Chigi, palazzo Grazioli palazzo Macherio,
palazzo Madama c'ho Villa Certosa
che c'ha mille stanze castelli,
Antigua con tremila dependance.

E' tutto mio, cari italiani
anche la casa a Montecarlo di Tulliani è mia
c'ho Denis Verdini, Maria Stella Gelmini,
Frattini, Ghedini e Roberto Formighini.

Augusto Minzolini, il tg1 è mio
è mio il tg5 di Mimum, le donne son mie
son potente e quindi le voglie tutte
soprattutto Rosy Bindi.

La Lega è già mia, Maroni, Bossi e Cota
ho comprato tutti e m'hanno regalato il Trota
e la destra di Storace e la DC di Rotondi
e sono mie le poesie di Sandro Bondi.

Ah, Cicchitto, Dell'Utri, non sò più chi c'è
eh Scajola e la finissima Santalchè ohiè
il partito si ingrossa, ormai c'è la ressa
Brambilla la rossa, Ignazio La russa passare alla cassa.

Le barzellette che racconto io
le scrivo io e fanno ridere a tuo zio
Di aziende e banche ho fatto il pieno
basta così, domani compro il Mar Tirreno!

Ma io compro tutto, dall'A alla Z
ma quanto costa questo cazzo di pianeta?
Lo compro io! Lo voglio adesso!
Poi compro Dio, sarebbe a dir compro me stesso!

martedì 28 settembre 2010

L’impero off shore di Berlusconi

da www.ilfattoquotidiano.it


Fini ha ragione: grazie ai conti nei paradisi fiscali il premier ha pagato mazzette ed evaso il fisco

La falsa campagna moralizzatrice dei “berluscones” contro le società off shore, per colpire Gianfranco Fini, non poteva che provocare una facile risposta del presidente della Camera, dopo la rottura con il cavaliere: “Sia ben chiaro: personalmente non ho né denaro, né barche, né ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse”. Sottinteso, naturalmente, il nome di Silvio Berlusconi, il re dei fondi neri all’estero. Lo hanno accertato sentenze definitive. Come quella per il corrotto e prescritto avvocato David Mills, il mago delle off shore del premier. O la sentenza del processi All Iberian 2, che ha accertato una colossale evasione fiscale, 1500 miliardi di lire, ma non ha potuto decretare la condanna di Berlusconi. Come? Grazie a una delle sue leggi, quella sulla depenalizzazione del falso in bilancio, “ il fatto non costituisce più reato”.

Ville, barche e soldi
Fini ha parlato anche di ville e barche. Si riferiva ad almeno sei ville che il suo ex alleato possiede tra Antigua e le Bermuda, intestate a off shore. Berlusconi è proprietario anche di una barca di 48 metri, valore all’incirca 13 milioni di euro. È intestata alla società Morning Glory Yachting Limited, neanche a dirlo, con sede alle Bermuda.
Il salto verso i fondi neri, il Cavaliere l’ha compiuto a metà anni ’90 servendosi di Mills, soprannominato l’architetto delle off shore. Le società occulte all’estero hanno permesso a Berlusconi di accantonare centinaia di miliardi di lire, di evadere il fisco, di pagare mazzette, come i 21 miliardi a Bettino Craxi, di eludere la legge Mammì, che all’epoca impediva a un editore di avere più di 3 televisioni. Il cavaliere, invece, era anche l’azionista di maggioranza, segreto, di Tele più. La sentenza di primo grado del processo Fininvest- Gdf del ’96 ha stabilito che alcuni militari delle fiamme gialle si sono fatti corrompere proprio per non indagare sulle off shore del biscione. In appello e in Cassazione le prove per condannare il premier non sono state ritenute sufficienti. In secondo grado ha contribuito alla sua salvezza, la falsa testimonianza di Mills del novembre ’97. Sappiamo adesso che per quella, come per un’altra deposizione reticente, al processo All Iberian, gennaio ’98, il legale ha avuto 600 mila dollari. E per queste dichiarazioni taroccate in suo favore, Berlusconi è ancora sotto processo. Sospeso, come gli altri procedimenti, grazie ai vari scudi.
Ai giudici milanesi di All Iberian, Mills ha nascosto tra l’altro anche i reali beneficiari di “Century One” ed “Universal one”, le due off shore nell’isola di Guarnsey, intestate a Marina e Piersilvio Berlusconi, per decisione del padre. Un fatto che scopriranno nel 2004 i pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. Mentre i difensori di Berlusconi fino ad allora avevano ripetuto che erano “ società del tutto estranee a Fininvest e Mediaset”.

I falsi in bilancio
I falsi in bilancio, conseguenza del vizietto delle off shore, hanno portato a un altro processo: quello per la compravendita dei diritti tv di Mediaset. Ma grazie a un’altra delle leggi ad personam, la ex Cirielli, che ha accorciato la prescrizione, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999. Restano in piedi quelle fino al 2003. C’è poi una costola di questa indagine, denominata “Mediatrade-Rti”, in fase di udienza preliminare, bloccata sempre per il legittimo impedimento. Berlusconi è accusato di appropriazione indebita e frode fiscale. Mentre il figlio Piersilvio e il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri di frode fiscale, fino al settembre 2009. Secondo la procura di Milano, Mediaset avrebbe nuovamente falsificato i bilanci e gonfiato i costi per l’acquisto di diritti tv da major americane. I soldi, 100 milioni di dollari, sarebbero transitati su banche estere e, in gran parte, confluiti su conti riconducili a Berlusconi e ad alcuni suoi manager. A Silvio Berlusconi, sono contestate operazioni tra il 2002 e il 2005. Anni, come per l’inchiesta madre, in cui era sempre presidente del Consiglio.

mercoledì 25 agosto 2010

Mondadori? No grazie

da www.mondadorinograzie.org

Una campagna per denunciare Mondadori

Questa è una campagna per denunciare e fare pressione tramite il non-acquisto la Mondadori, la casa editrice della famiglia Berlusconi per la quale il Parlamento ha emanato una norma che le consente di “evadere” per legge il fisco.

La presidente della Arnoldo Mondadori Editore è Marina Berlusconi, figlia del capo della maggioranza al governo.

Grazie ad un provvedimento parlamentare approvato dalla maggioranza guidata da Silvio Berlusconi, la Mondadori risparmierà quasi 350 milioni di euro non versandoli nelle casse dell’erario. Sono soldi che la casa editrice doveva allo Stato da molti anni e per la quale si aspettava una sentenza della Corte di Cassazione. Grazie al provvedimento, la Mondadori pagherà il 5% della somma dovuta ed estinguerà il contenzioso.

E così ciascun italiano (bambini compresi) si ritrova a pagare una tassa di ben 7 euro per coprire le tasse non versate dalla Arnoldo Mondadori Editore.

L’evasione fiscale danneggia tutti quanti, sono soldi che ci vengono sottratti direttamente. Sono mancati servizi, tagli alla cultura, alla scuola, alla sanità.

Noi cittadini italiani non possiamo tacere, accettando supinamente che il capo del Governo approfitti della sua situazione per approvare provvedimenti “ad-aziendam” che permettono alle sue società di famiglia di non pagare tasse dovute. Tutto questo a scapito dei bilanci dello Stato e quindi di tutti noi.

Abbiamo quindi pensato ad una Campagna di denuncia e boicottaggio alla Mondadori.

“Mondadori? No grazie” sarà impostata su tre azioni possibili:

1) Immediato boicottaggio a tutti i libri e prodotti Mondadori

2) Pressione sugli autori perchè non pubblichino da Mondadori. Giorgio Bocca l’ha fatto, perchè gli altri no?

3) Inizio di una campagna di sensibilizzazione che partirà dal web ed arriverà in tutte le città e davanti alle librerie con volantinaggi e diffusione di informazioni ai cittadini ignari.

La campagna è promossa dai comitati BOBI BOicotta il BIscione. Per aderire CLICCA QUI

martedì 13 luglio 2010

Onu: “Ddl intercettazioni va abolito o rivisto. Missione in Italia sulla libertà di stampa”

da www.ilfattoquotidiano.it


Il governo italiano deve “abolire o modificare” il progetto di legge sulle intercettazioni perché “se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia”. Lo ha detto il relatore speciale dell’Onu sulla libertà di espressione, Frank La Rue in un comunicato. Il funzionario internazionale ha auspicato una missione dell’Onu in Italia, nel 2011, per esaminare la situazione della libertà di stampa e il diritto alla libertà di espressione.

La Rue si è detto “consapevole” del fatto che il disegno di legge vuole rispondere alle preoccupazioni relative “alle implicazioni della pubblicazione delle informazioni intercettate per il processo giuridico e il diritto alla privacy”. Tuttavia, ha precisato che “il disegno di legge nella sua forma attuale non costituisce una risposta adeguata a tali preoccupazioni e pone minacce per il diritto alla libertà di espressione”.
In particolare, la norma per cui “chiunque non sia accreditato come giornalista professionista può essere condannato a quattro anni di carcere per aver registrato una comunicazione o conversazione senza il consenso della persona coinvolta e per aver poi reso pubblica tale informazione” infrange gravemente “tutti i diritti individuali di cercare e diffondere un’informazione imparziale, in violazione della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici di cui l’Italia è parte”. L’esperto ha poi ricordato le manifestazioni contro il progetto di legge del 9 luglio scorso, raccomandando al governo di non “adottarlo nella sua forma attuale, e di impegnarsi in un dialogo significativo con tutte le parti interessate, in particolare giornalisti e organizzazioni della stampa, per garantire che le loro preoccupazioni siano prese in considerazione”. La Rue si è detto pronto “a fornire assistenza tecnica per garantire” che il ddl “rispetti gli standard internazionali dei diritti umani sul diritto alla libertà di espressione”, anche in vista della futura missione Onu.

Sprezzanti le reazioni della maggioranza. “Non siamo stupiti dal comunicato dell’Onu, anzi ci avrebbe sorpreso se si fossero espressi a favore” replica il vice presidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello. “La concezione dei diritti e delle libertà che ha l’Onu si commenta da sè. Ci sono interi scaffali di librerie sui paradossi cui le Nazioni Unite sono arrivati. Questo pronunciamento”, chiude Quagliarello, “è un’altra perla della collana…”. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è detto “sconcertato” della posizione Onu, sottolineando che ci sono le prerogative di un “Parlamento sovrano”. E Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl, esprime tutta la sua disistima per un organo come l’Onu. “Troverei utile che i funzionari dell’Onu, guatemaltechi e non, dedicassero il loro tempo a contrastare le dittature, che troppo spesso dettano legge, o trovano comunque sostegno e copertura, anche nei comportamenti del Palazzo di Vetro. Lo sanno bene gli oppressi di tanti regimi”, continua Capezzone, “che in troppe occasioni hanno dovuto fare i conti con i comportamenti e le scelte di questo o quell’organo, di questo o quell’ufficio, di questo o quel funzionario delle Nazioni Unite”.
Immediata, la replica del senatore Pd Vincenzo Vita sulle dichiarazioni razziste di Capezzone in merito a funzionari dell’Onu, ‘guatemaltechi e non’: “l’Onu deve occuparsi delle vere dittature? Appunto”.
Sarcastica la nota del portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando: “Non ci stupiremmo se questa maggioranza, nel suo delirio di onnipotenza, oltre alle intercettazioni e alla libertà di informazione, finisse per chiedere l’abolizione dell’Onu. Magari ponendo la fiducia”

venerdì 14 maggio 2010

Draquila: l'Italia che trema

da www.draquila-ilfilm.it



6 aprile 2009 ore 3.32. L’Aquila. In pochi minuti le macerie hanno coperto la storia e la vita di centinaia di persone. Il presidente Kennedy durante un discorso ad Indianapolis disse che scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità. Anche in questo caso ciò che per tutti noi è stato vissuto come un pericolo, una destabilizzazione per qualcuno può aver rappresentato un’opportunità. Buona visione.



Una mia amica giornalista un giorno mi dice: “Ho conosciuto un signore che racconta storie stranissime su L’Aquila. Non ho capito molto di quello che diceva, ma gli ho detto di parlare con te perché questo è il genere di cose che ti interessano”.
Non aveva torto. Era luglio, a breve sarebbe iniziato il G8 ed ero decisa a incontrare il signore in questione. Ma in quei giorni la città era sotto assedio e andarci significava farsi fermare dai militari ogni tre metri. Quindi me la prendo comoda, avrei aspettato che i giorni dei grandi della terra fossero passati.
Qualche tempo dopo, alla fine di uno spettacolo, io e due amiche ci rimettiamo in marcia verso L’Aquila partendo da Arezzo.
Il signore che avrebbe detto delle cose che mi avrebbero impressionato, era di casa in un campo autogestito. È stata una serata bellissima, io lì in mezzo al loro, alcuni ragazzi mi hanno offerto l’imitazione di un loro professore in cambio di un Berlusconi.
Poi il clima goliardico della serata è andato sfumando e hanno iniziato a dare spazio ai loro pensieri. La cosa che mi ha colpito è che tutti avevano un’adorazione e una gratitudine sconfinata per i volontari e i vigili del fuoco mentre nei confronti dei dirigenti della della Protezione Civile era diffuso un sentimento di diffidenza e di paura.
Ho cominciato ad osservare quello che succedeva.
C’era una popolazione per lo più di anziani e una buona parte di famiglie affrante sì, ma convinta che nella disgrazia non gli poteva andare meglio.
E una popolazione che mugugnava impaurita e sospettosa. Qualcuno di questi partecipava a comitati cittadini e si affannava a parlare nel vuoto.
Alcuni dei ribelli dicevano: “Qui si sta facendo un esperimento. Quello che succede qui è quello che vogliono che succeda in tutta Italia.”
Mi sono fatta suggestionare e ho provato l’emozione di scoprire dal vivo quello che tutta Italia oggi sta scoprendo sui giornali.
Quello che venivo a sapere sulla Protezione Civile mi sembrava enorme, incredibile. Abbiamo preso atto dell’esistenza di uno stato parallelo che stava crescendo senza che nessuno ne sapesse niente. Si parla molto della censura dell’informazione in Italia. Ebbene la censura copre operazioni come questa. La censura e la costante minaccia della perdita del lavoro per chiunque esprima dissenso.
Come mai gli italiani votano Berlusconi?
La violenza della propaganda, l’impotenza dei cittadini, l’economia e i rapporti di forza fondati sull’illegalità e una catastrofe: il terremoto che ha annientato la città de L’Aquila per raccontare come è stata piegata la giovane democrazia italiana.

sabato 17 aprile 2010

Secondo il premier «Gomorra e Saviano promuovono la mafia»

da http://www.ilsole24ore.com



La Piovra e Gomorra come enti di promozione della mafia nel mondo, dal momento che l'organizzazione criminale risulta sesta in classifica, ma senz'altro prima per notorietà nel mondo. Miscelando i dati degli osservatori istituzionali agli indicatori mediatici, Silvio Berlusconi è tornato a criticare i programmi basati sul storie di criminalità organizzata. La sua avversione per "La Piovra" era nota, oggi, dalla sala stampa di Palazzo Chigi, in "black list" finisce anche Roberto Saviano.

Il presidente del Consiglio, con i ministri di Interno e Giustizia al suo fianco, osserva che la mafia ha goduto di «un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un fatto di giudizio molto negativo per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto».

Inevitabili le polemiche. Secondo l'ex procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi Vigna, le dichiarazioni di Berlusconi contro "Gomorra" sono «improprie perché il libro di Saviano ha aperto gli occhi a gran parte dell'opinione pubblica sulla camorra». Gomorra, continua l'ex procuratore nazionale Antimafia, «è molto utile. Certe cose non le sapevo e anche gli addetti ai lavori ne sapevano meno di quanto esposto con una prosa molto bella». Attacchi al premier anche da sinistra. «È davvero assurdo quanto dichiarato per l'ennesima volta oggi dal premier a proposito di Gomorra e Saviano. Manca solo che ora si metta ad accusare i magistrati, le forze dell'ordine e le associazioni anti racket e tutti coloro che combattono e lottano contro la criminalità organizzata», ha commentato la presidente del gruppo pd a palazzo madama, Anna Finocchiaro. Polemico Walter Veltroni: «Roberto Saviano - ha detto l'ex segretario del Pd - è uno dei protagonisti della lotta alle mafie e il presidente del consiglio del nostro Paese avrebbe il dovere di rispettarlo e non di attaccarlo e isolarlo».

E Antonio Di Pietro ha chiesto al premier pubbliche scuse. «Berlusconi - dice Di Pietro - si scusi con Saviano che rischia la vita per le sue denunce e a tutti quegli operatori di giustizia che, nonostante le minacce in stile mafioso fatte da un Presidente del Consiglio, hanno ancora oggi il coraggio di tenere alto il senso dello Stato e delle istituzioni. Tra l'altro è singolare che Berlusconi parli di successi del governo nella lotta alla criminalità nel giorno in cui è stata chiesta la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa per il suo luogotenente Marcello Dell'Utri. Infatti, se fosse stato realmente interessato alla lotta alla mafia, non lo avrebbe candidato per assicurargli l`impunità. Così come non avrebbe dovuto impedire l`arresto del suo sottosegretario Nicola Cosentino. Berlusconi, quando parla di lotta alla criminalità, farebbe bene a guardarsi allo specchio e darsi una ripulita».

venerdì 26 marzo 2010

lunedì 22 marzo 2010

Il boss ordinò: "votate Silvio"

da http://espresso.repubblica.it
18 marzo 2010
di Lirio Abbate



Registrata dagli inquirenti una riunione degli uomini di Messina Denaro alla vigilia delle elezioni 2006: 'Se vincono i comunisti ce ne dobbiamo andare'

In una cittadina del trapanese gli uomini del boss stragista Matteo Messina Denaro si appartano in un angolo di un'autofficina e parlano delle direttive del capomafia, dei messaggi che ha fatto arrivare dalla sua latitanza e le indicazioni politiche da seguire. Le microspie registrano le conversazioni. Sono alla vigilia delle elezioni politiche dell'aprile 2006 e Cosa nostra manda in campo i suoi uomini nel trapanese per dar sostegno alle liste di Silvio Berlusconi. La conversazione tenuta segreta fino adesso dalla Procura di Palermo è chiara sulle posizioni politiche dei clan. I pretoriani di Matteo Messina Denaro commentano che sono "finiti i tempi dei comunisti", alludendo ai partiti della sinistra, e per questo motivo i mafiosi si organizzano per contribuire a far tornare il governo Berlusconi. Il centrosinistra guidato da Prodi vince le elezioni con uno scarto minimo di voti sul Cavaliere. Ma a Trapani il successo del centrodestra è netto per entrambe le Camere.

La conversazione dei mafiosi viene registrata la mattina del 6 marzo 2006 e i fedelissimi del capomafia accusato di omicidi e delle stragi del 1993 di Milano, Roma e Firenze, commentano negativamente il ritorno dei 'comunisti'. Sembra una riunione elettorale con i massimi esponenti di Cosa nostra che tifano per il Cavaliere. I favoreggiatori del latitante ripetono spesso che l'eventuale vittoria della sinistra li avrebbe "consumati". Le conversazioni vengono captate dalla polizia di Stato impegnata nelle indagini sulla latitanza dell'uomo che adesso è ritenuto al vertice di Cosa nostra. Le microspie sono piazzate nell'autofficina del fidato Leonardo Ippolito, arrestato lunedì scorso su ordine dei pm della Dda di Palermo. Sono a Castelvetrano, nel cuore del regno del latitante.

Con Ippolito è finito in manette anche Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo, il quale aveva costituito la base operativa dei favoreggiatori proprio nell'autofficina. Ippolito, dopo aver appreso le direttive politiche imposte da Matteo, commenta che "le leggi non sono più come una volta..." e aggiunge che "ora le cose sono cambiate..." e invita gli altri mafiosi a sostenere Berlusconi. L'uomo di cui si fida Messina Denaro insiste sul fatto che "se tornano i comunisti" i mafiosi "possono andar via da Castelvetrano. Anzi ce ne possiamo andare dall'Italia se salgono". E poi conclude: "Prodi, questo babbu! ci consuma a tutti...".


Tra i grandi capi di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro è rimasto uno dei pochi uomini d'onore con alle spalle una tradizione familiare mafiosa che lo ha portato ad essere un leader nell'organizzazione criminale. Anche per questo motivo i mafiosi lo evocano o cercano un contatto anche solo indiretto. E il fatto che la sua latitanza si allunghi di anno in anno, porta nell'ambiente mafioso ad alimentare il culto e la fama di imprendibile. A differenza di altri capimafia, Messina Denaro si preoccupa dei propri uomini ai quali fornisce ogni cosa - anche somme di denaro consistenti - per farli star bene. Il suo grosso giro d'affari illegale è talmente vasto che gli investigatori fanno fatica a ricostruire tutti i passaggi economici sui quali hanno già messo le mani. Compreso il giro di politici collusi. Ma alla base di quello che fa questo boss c'è sempre il rispetto delle regole che la mafia si è autoimposta nel passato.

E proprio su questo punto i favoreggiatori sono entrati in fibrillazione quando hanno scoperto che il fratello di Matteo aveva una relazione extraconiugale con una ragazza di 29 anni. La stessa che era stata fidanzata con l'imprenditore Salvatore Grigoli, già arrestato perché prestanome del boss. Le microspie registrano le reazioni dei mafiosi, i quali commentano pure l'irruzione che la cognata del padrino ha fatto nella villetta in cui il marito incontrava la ragazza, sorprendendo la coppia. Chissà come l'avrà presa Matteo questa violazione delle regole.

venerdì 5 marzo 2010

Il decreto legge interpretativo...

da www.beppegrillo.it


Il decreto legge interpretativo è un piccolo passo indietro per la legge italiana, ma un grande passo avanti per il PDL. La Russa "prontoatutto" si è detto convinto che si troverà una soluzione per riammettere il PDL alle elezioni regionali. E' in gioco la democrazia. Gianni Agnelli diceva che le azioni non si contano, ma si pesano. Per Berlusconi le leggi non si applicano, ma si interpretano. Per gli amici e per gli amici degli amici innanzitutto. Ignazio ha tirato fuori il coniglio dalla cappella: "Non c'è nessuna norma che indichi dove fisicamente si debba entrare quando scadono i termini della consegna delle liste. Bene un decreto interpretativo potrebbe specificare che, entro quell'ora, basta trovarsi all'interno del palazzo ed è provato che a Roma, i presentatori della lista Pdl, erano dentro". Un lampo di genio che apre orizzonti sconosciuti. Per qualunque atto pubblico non sarà più necessario presentare i documenti all'ufficio competente entro i termini di legge, ma dimostrare di essere all'interno dell'edificio, anche al cesso. Quando scappa, scappa. Eiaeiaquaqquaraquà!

martedì 9 febbraio 2010

Caro Silvio ti scrivo

di Giuseppe Lo Bianco
da il Fatto Quotidiano del 9 febbraio


Ciancimino jr. mostra la lettera del padre a B.: "Forza Italia nata dalla trattativa Stato-mafia". Alfano: un piano per colpirci


Il "pizzino" è senza data, la scrittura è quella di don Vito Ciancimino, i nomi annotati segnano il percorso di una storia imprenditoriale parallela ed occulta: "Berlusconi-Ciancimino, Marcello Dell’Utri Milano truffa e harcore Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto". Una storia che torna oggi a distanza di oltre 30 anni raccontata dal figlio dell’ex sindaco mafioso che in aula rivela: "Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia".

E per confermare le sue accuse tira fuori una lettera di scritta dal padre ma concordata con Provenzano nel 1994 e indirizzata a Dell’Utri (l’intestazione nel pizzino ritrovato, è saltata), e per conoscenza a Berlusconi, in cui don Vito minaccia di "uscire dal mio riserbo che dura da anni".
È la versione definitiva, inviata al destinatario attraverso il signor Franco, di una "bozza" che invece Provenzano avrebbe voluto più intimidatoria, minacciando un "triste evento", e cioè l’omicidio di uno dei figli di Berlusconi.

Don Vito l’avrebbe trasformata nella minaccia di parlare, sempre in perfetto stile mafioso. E che cosa minacciava di rivelare Ciancimino? Massimo risponde sicuro "che Forza Italia era nata dalla trattativa". Ma tra i segreti custoditi da don Vito come oggetto del possibile ricatto il pensiero corre anche agli investimenti di Milano 2, visto che il testimone ha parlato, dopo averli consegnati ai pm, di documenti manoscritti dal padre sul contributo di miliardi che Cosa Nostra, per suo tramite, avrebbe dato ai cantieri che proiettarono il futuro presidente del Consiglio nell’olimpo dell’imprenditoria italiana.

Adesso il "pizzino", assieme ad altri documenti e nuovi verbali di Massimo Ciancimino, è stato trasmesso alla procura generale che dovrà valutare se chiedere di nuovo l’audizione di Cianci-mino nel processo Dell’Utri, la cui requisitoria è ormai in via di conclusione. L’odore dei soldi mafiosi sulla direttrice Palermo-Arcore e l’ombra del ricatto alle istituzioni si spandono dunque nell’aula bunker dell’Ucciardone nella deposizione choc di Massimo Ciancimino, che scuote, come le parole del pentito Spatuzza, il dibattito politico.

Il ministro Alfano replica indignato: "Forza Italia ha emozionato milioni di persone, mai avuti contatti con la mafia". Per Dell’Utri il teste è "manovrato dai pm di Palermo", il generale Mario Mori, imputato nel processo per la mancata cattura di Provenzano, si lascia scappare una metafora militare: "Dice minchiate a nastro, come una mitragliatrice". Per la prima volta Ciancimino jr parla di un’unica trattativa tra mafia e pezzi dello Stato, collocandovi al centro il padre, tradito e sostituito, a suo dire, da Dell’Utri, ma rimasto comunque "consigliere" politico di Provenzano.

Sentiamo Massimo sulla "posta" del ricatto: "Vidi per la prima volta quel pizzino consegnatomi da Provenzano nel 1994, lo portai a mio padre detenuto a Rebibbia e glielo lessi. Lui poi scrisse la lettera. E mi disse di avere avuto l’idea di scrivere a Berlusconi dopo un’intervista che aveva rilasciato a Repubblica nel 1977 in cui diceva che avrebbe messo a disposizione una rete televisiva di un amico se fosse sceso in campo in politica".

Nasce così la lettera di minaccia che Ciancimino jr. spiega in questo modo: "Il ruolo di mio padre era quello di richiamare il partito (Forza Italia, ndr.) a tornare un poco sui suoi passi e di non andare fuori dai ranghi, Berlusconi era il frutto di questi accordi".
Un richiamo a Forza Italia, insomma, in puro stile mafioso. Che, però, si tinge di "giallo". Il pizzino verrà ritrovato anni dopo, nel 2005, durante una perquisizione in un magazzino dell’azienda di Massimo, ma spezzato a metà, con la parte superiore mancante.

"Ho svuotato la cassaforte ma quel foglio mi è sfuggito, l’ho visto intero fino a due mesi prima della perquisizione", ha detto il testimone che ha ribadito le sue accuse ai carabinieri di non aver aperto la cassaforte di casa sua, all’Addaura, ma anche quella, "ancora più grande", della sua casa di Roma rivelando di aver ricevuto suggerimenti da parte dei servizi, ma anche dell’ufficiale del Ros De Donno, di non parlare della trattativa.

E per spiegare il suo "centellinare" la produzione di documenti in procura, ha rivelato che 15 giorni prima dell’arresto venne avvertito di portare all’estero tutta la documentazione. Con tutte le difficoltà per tornarne in possesso.

giovedì 21 gennaio 2010

I numeri “truccati” sui tempi e il condono per i soliti noti

di Bruno Tinti
Da Il Fatto Quotidiano del 21 gennaio



Durata massima: ma se si trattasse di un'operazione chirurgica, farebbero morire il paziente?

Ieri 20 gennaio il Senato ha approvato il "processo breve"; adesso dovrà passare alla Camera e poi diventerà legge dello Stato.
Magari "legge dello Stato" è troppo, visto che è una legge che serve solo per evitare a Berlusconi di essere condannato per corruzione in atti giudiziari e di essere l’unico (credo) premier del mondo occidentale ufficialmente dichiarato delinquente.

Ma è questo che capita quando si manda uno che commette reati a fare il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò detto, non so da dove cominciare per parlar male di questa legge. Forse la cosa migliore è partire dalla relazione che l’accompagna. Il "processo breve" sarebbe imposto dall’art.111 della Costituzione (un’altra ignominia fabbricata dal "dialogo costruttivo" di maggioranza e opposizione) secondo il quale la legge deve assicurare la ragionevole durata del processo che non deve attardarsi "più del dovuto nell’affermazione della verità giudiziale".

Insomma, se ce la facciamo entro i termini previsti, bene; se no, al diavolo l’accertamento del reato, della responsabilità dell’imputato, del diritto al risarcimento delle parti offese, dell’interesse dello Stato alla punizione dei colpevoli; processo ammazzato e via: così dice la Costituzione.

E naturalmente non è vero: la Corte costituzionale ha sempre precisato che ogni intervento legislativo deve tener conto del corretto bilanciamento tra tutti gli interessi costituzionalmente garantiti; e ciò in particolare nel processo penale, dove il principio della ragionevole durata del processo deve essere contemperato con quello dell’accertamento della verità e della tutela delle parti offese; sicché privilegiare il rispetto della rapidità formale senza curarsi di accertare la verità dei fatti è non solo privo di senso ma anche non costituzionale.

E quindi è ragionevole pensare che anche questo nuovo parto della fantasia dei think tank berlusconiani farà la fine dei precedenti: una sentenza della Corte lo spazzerà via. Ma poi quali sono i termini previsti? Variano, da 6 anni e mezzo per i processi che riguardano reati puniti con pena massima inferiore a 10 anni fino a 7 anni e mezzo per quelli puniti con più di 10 anni; per i soliti reati di mafia, terrorismo ecc. i termini massimi sono 10 anni.
Sembrerebbero termini ragionevoli: può un processo penale durare di più? Bè, no, non dovrebbe, anzi non deve. Quindi bisogna darsi da fare per evitare che duri tanto; il che non significa che la soluzione sia: se dura troppo non lo facciamo.

Cominciamo con il buttare a mare l’attuale Codice di procedura penale, compriamo una copia di un qualsiasi Codice di procedura europeo e adottiamolo (con una legge che preveda l’assoluto divieto di modificarne anche solo una virgola). Poi abroghiamo qualche centinaio di reati ridicoli che fanno perdere un mucchio di tempo (omessa esposizione della tabella dei giochi leciti, omesso versamento di ritenute fiscali e Inps, parcheggio utilizzando voucher contraffatti, guida senza patente, soggiorno illegale nel territorio dello Stato – pena prevista 10.000 euro – e altre amenità del genere); spendiamo un po’ di soldi per personale di cancelleria e segreteria e qualche computer; recuperiamo questi soldi abolendo un centinaio di tribunali piccoli e piccolissimi e del tutto inutili.

Dopodiché stabiliamo che il processo penale deve durare al massimo 6 anni e mezzo; anzi a questo punto anche 4 o 5 solamente: con qualche modifica che gente che sa come funziona un processo penale può elaborare in un mesetto (ma deve trattarsi di gente che non ha interessi personali o di categoria da difendere), la cosa è possibilissima. Ma se, lasciamo tutto così com’è, facciamo come se in ospedale ci fosse un tempo massimo per ogni operazione chirurgica: entro due ore deve essere conclusa; se no, si richiude la pancia del paziente e vada a morire da qualche parte. Vi pare ragionevole?

Ma poi, quali pazienti mandiamo a morire da qualche parte; voglio dire, quali processi rinunciamo a fare? Qui sta il bello. Come tutti sanno la durata media del processo penale italiano, con le leggi, l’organizzazione giudiziaria e le risorse che abbiamo, è di 8 anni.

Lo ha detto anche Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia. Durata media vuol dire risultante della durata di tutti i processi, dalla guida senza patente all’omicidio, dal furto al supermercato al traffico di droga, dall’oltraggio al vigile urbano fino alla frode fiscale.

Ed è evidente che un processo per guida senza patente si fa in un quarto d’ora e che quello per traffico di droga o frode fiscale richiede moltissimo tempo. Così durata media del processo significa che alcuni si concludono in poco tempo e altri in moltissimo. E quindi un gran numero di processi in effetti potranno essere conclusi prima della tagliola del "processo breve": tutti quelli che durano poco o niente. Mentre quelli più complicati, quelli che durano anni e anni (sono quelli che fanno salire la media) non si faranno mai.

Insomma, per continuare con la metafora dell’ospedale, si cureranno presto e bene quelli che hanno l’influenza e il raffreddore; per cancro e infarto, dopo due ore, via, che muoiano pure.
Adesso la domanda è: quali sono i processi più complicati? E, tra questi, quali sono quelli per reati puniti con una pena inferiore a 10 anni per cui si debbono obbligatoriamente concludere in 6 anni e mezzo? Nessuno si stupirà scoprendo che si tratta sempre dei soliti: sono i processi per corruzione, concussione, peculato, falsa testimonianza, falso in bilancio, frode fiscale ecc. ecc; insomma tutti quelli tanto cari alla classe dirigente del paese.

Proprio quei reati che sono puniti poco (pensate: il falso in bilancio di una società quotata in Borsa ha una pena massima di 4 anni; e parcheggiare la macchina utilizzando un tagliando di parcheggio contraffatto di 5) ma che richiedono processi lunghi e complicati. Sicché il risultato del "processo breve" sarà questo: tutti i processi per i reati da quattro soldi si faranno regolarmente; e quelli per i reati veramente gravi per l’economia nazionale, per l’entità del danno cagionato alle parti offese, per la qualità degli imputati che proprio grazie a questi reati occupano cariche pubbliche rilevanti, si estingueranno per "prescrizione processuale", l’ultima salvaguardia di una classe dirigente inguaribilmente dedita al malaffare.

Ultima perla: gran parte della relazione che illustra il "processo breve" racconta di progetti di legge molto simili, elaborati negli anni passati da vari governi di sinistra (?). Come dire: "Trattasi di riforma condivisa; tanto è cosa buona e giusta che anche gli altri…". E poi si stupiscono se uno dice che questa opposizione ti fa incazzare.

domenica 17 gennaio 2010

Bettino Berlusconi

di Antonio Padellaro
da Il Fatto Quotidiano del 16 gennaio





C’è qualcosa di veramente penoso nel pellegrinaggio di charter in volo per la Tunisia. Non ci riferiamo, naturalmente, alla famiglia di Bettino Craxi e neppure a quei pochissimi amici, come Luca Josi rimasti fedeli, nel bene e nel male, alla memoria dell’ex capo socialista.
E’ la processione in massa di devoti e prefiche salmodianti che suscita fastidiose reazioni di rigetto. Perché basta gettare l’occhio tra i tanti ex qualcosa che si spintonano per un posto in prima fila e che salutano con la manina per capire qual è il vero scopo del viaggio.
Arrivare ad Hammamet per meglio genuflettersi verso Arcore. Siamo il paese del servo encomio che diventa codardo oltraggio appena il potente finisce rovinosamente sotto una pioggia di monetine. Ma siamo anche il paese della capriola con doppia giravolta di quegli stessi che volevano mettere il cappio al collo a Craxi e che ora lo piangono.
Tardiva resipiscenza? Lettura meditata della storia della Prima Repubblica? Via, non scherziamo. La beatificazione di Bettino è semplicemente funzionale a quella di Silvio.
Perché se si porta sull’altare uno che rubava, a maggior ragione si scioglieranno inni e canti a chi è accusato di corrompere e malversare a tutto spiano.
I due, non è un mistero, hanno fatto a lungo comunella considerando la cosa pubblica come cosa loro e scambiandosi dritte e suggerimenti.
Anche il loro nemico è sempre lo stesso: le malefiche toghe rosse che complottano al fine di sovvertire il libero responso elettorale attraverso la persecuzione dei galantuomini. Si dice viva Craxi ma in realtà si grida viva Berlusconi. Il quale tuttavia manda avanti la servitù in attesa di capire, sondaggi alla mano, se gli conviene unirsi al piagnisteo sul povero Bettino.

domenica 6 dicembre 2009

L'invasione viola del No Berlusconi Day

da http://antefatto.ilcannocchiale.it
5 dicembre 2009
di Federico Mello




Di questa giornata passata a sciamare per le strade di Roma e poi a piazza San Giovanni per il No Berlusconi Day provate a portarvi a casa una galleria di immagini, di volti e di colori. Prima di tutto prendete il discorso di Salvatore Borsellino e infilatelo in un cassetto della memoria, vicino ai gemelli d'oro e alle gioie che si conservano, negli angoli dove non si possono perdere. Poi incastonate in qualche bella cornice d'oro zecchino il fotogramma in cui Salvatore, ha preso la parola nel pomeriggio, con la voce spezzata dell'emozione, con il filo dei pensieri che si annodava, ma non si scioglieva mai: “Portino loro le corone di fiori sulla tomba di Mangano! I nostri eroi sono altri, sono gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina che morirono facendo la scorta a Paolo. I nostri eroi – grida Salvatore con la voce che sale di tono - sono i 100 agenti che, dopo l'assassinio di Falcone, bussarono alla porta di mio fratello per offrirsi per la sua scorta, per morire con lui". Applausi, sorrisi e lacrime. Ovazione. Di questo No B. Day, mettete in un ripostiglio della memoria le facce di centinaia di migliaia di ragazzi. Quel coro di voci: “Fuori la mafia dallo Stato”, “Berlusconi dimettiti”, “Adesso basta”. Ma anche i 150 ragazzi, tutti volontari, che si sono conosciuti solo ieri sera e che tenendosi per mano hanno accompagnato il corteo, ancora increduli di quello che stava succedendo. I loro sorrisi, ieri, non erano prestampati, come quelli dei burocrati di partito che contano le greggi elettorali.

A casa, tutti si porteranno il viola. Che era dappertutto: sciarpe, cappelli, fazzoletti, drappi, bandiere, calzini, persino le pettoraline dei cani e gli ombrellini delle carrozzine. Quanto ci piacciono a noi i genitori che corrompono i minorenni con l'antiberlusconismo militante. Tenete a mente questa istantanea: una marea che avanza tra due ali di folla. Chi non sventola qualcosa di viola, ha al collo un fazzoletto tricolore.

Chissà come, da questo vortice viola sono riemerse, fresche come se pronunciate ieri, le parole di Sandro Pertini. Chissà chi è stato a stamparle dappertutto, da quale sito sono rimbalzate fino a noi: “La politica va fatta con le mani pulite”.

E c'è da portarsi le tante Polaroid dei leader politici, per un giorno in mezzo alla gente, sotto il palco e non sopra, sopraffatti dalla folla, a rilasciare interviste mentre gli applausi dal palco se li prendevano le ragazze che hanno scelto di andare a lavorare a Corleone nei terreni confiscati alla mafia; mi resta in mente una signora che viene da L'Aquila per raccontare la terribile realtà del dopo-terremoto nascosta dagli annunci del governo.

A casa, chi era in piazza, chi si farà raccontare il No Berlusconi Day da amici e conoscenti, si porterà una convinzione. Che si può fare. Senza troppe fanfare, e senza divismi, in questo paese, può ancora accadere che la società civile si organizzi da sola, pacificamente, riesca a reinventare la politica dal basso coinvolgendo i cittadini per ribadire l'importanza di concetti come moralità e onestà. Il tutto partendo da Internet, da Facebook. Uno strumento, solo uno strumento, che diventa formidabile nelle mani di chi vuole spendersi per cambiare le cose. Perchè l'ultima cosa da mettere nella cassetta degli attrezzi è questa: ieri abbiamo capito tutti che Silvio è rimasto all'età catodica.

sabato 14 novembre 2009

Presidente ritiri quella norma del privilegio

da www.repubblica.it
14 novembre 2009
di Roberto Saviano


SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO

venerdì 13 novembre 2009

Oltre ogni limite

da Il Fatto Quotidiano n°45 del 13 novembre 2009


Noi speriamo che qualcuno lassù – Montecitorio, il Quirinale – sia stato avvertito della protesta che sale nel paese. Una tempesta di messaggi che intasano Internet e i pochi giornali di opposizione. Tutti dicono la stessa cosa: basta, è stato superato il limite. Basta con l’ennesimo provvedimento ad personam, il diciannovesimo in quindici anni. Basta con i trucchi e con il ricorso a tutti i possibili imbrogli legislativi per consentire l’impunità di un premier che se ne frega di tutto e di tutti. Basta con le leggi che per salvare uno soltanto cancellano centinaia di migliaia di processi. Assicurano la prescrizione a fior di corrotti e corruttori. E, forse, lasceranno senza giustizia le vittime di grandi tragedie del lavoro e i loro familiari. Basta con l’ingiustizia che risparmia i reati dei potenti e si accanisce sempre contro i poveri cristi. Basta con il Parlamento svilito, svuotato, usato solo per soddisfare le necessità del padrone. Basta con le istituzioni costrette a dare retta ai continui espedienti degli avvocati e legulei dell’impunito. Basta con i domestici e i ruffiani adeguatamente ricompensati con incarichi parlamentari e ministeriali ; e con gli inquisiti per camorra candidati alla guida della regione più inquinata dalle cosche e dai veleni. Basta con il disprezzo per la Costituzione e con gli incessanti tentativi di abbatterla a spallate. Possibile che una intera nazione debba essere tenuta in ostaggio da gente simile? Quali altre mascalzonate dovremo sopportare ancora? Quante umiliazioni dovrà subire la nostra povera democrazia prima che il basta di tanti e tanti arrivi lassù in alto?