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giovedì 20 gennaio 2011

Nucleare - Il problema senza la soluzione

da www.greenpeace.it/stopnucleare

Vuoi sapere la verità sul nucleare? Ti presentiamo la nostra campagna pubblicitaria per smentire le bugie del Governo, di Enel e del Forum nucleare. Informati e condividi. La tua partecipazione attiva è fondamentale per contrastare il “bombardamento mediatico pro-atomo” finanziato con milioni di euro dall’industria nucleare.

giovedì 22 luglio 2010

Delian, Cina: marea nera

da www.greenreport.it

Greenpeace Cina: la marea nera di Delian dimostra che bisogna cambiare modello di sviluppo


La marea nera che sta soffocando le coste di Delian e il golfo di Bohai, una delle località turistiche più famose della Cina ed (ex) fiore all'occhiello dello sviluppo armonioso con l'ambiente del governo di Pechino, secondo Greenpeace China «Dovrebbe rappresentare un grave avvertimento sui costanti ed inevitabili pericoli di proseguire nella dipendenza della nostra economia dal petrolio».


Greenpeace China, dopo aver diffuso le foto che hanno rivelato al mondo la dimensione umana e ambientale di una tragedia che subito si era cercato di minimizzare, fornisce le prima cifre dei danni prodotti dalla serie di esplosioni verificatesi su due oleodotti che avrebbero aperto una squarcio anche in un serbatoio per lo stoccaggio del petrolio: «Si stima che circa 11.000 barili (1.500 tonnellate) di greggio siano fuoriuscite in mare, creando una chiazza di petrolio che si è ampliata sino al oltre 100 km2 (quindi da subito il doppio di quanto dicevano le autorità cinesi, ndr). Un incendio ha infuriato per 15 ore prima di essere quasi spento. Lo sversamento di petrolio ha gravi conseguenze per l'ecosistema costiero, così come la pesca e l'industria del turismo e le comunità locali. Anche se è ancora troppo presto per valutare pienamente le conseguenze ambientali di questo incidente, una cosa è certa: non ci potrà essere una completa pulizia. Il danno fatto da ogni fuoriuscita di petrolio è irreversibile e di lunga durata. I lavori di bonifica sono già iniziati, con barriere, skimmer e disperdenti, che sono essi stessi prodotti chimici pericolosi, i cui effetti dannosi non sono ancora stati completamente studiati».

Yang Ailun, climate campaigner di Greenpeace China, critica apertamente la politica energetica del suo Paese: «Dal Golfo del Messico fino al Golfo di Dalian, ai numerosi incidenti nelle miniere di carbone, è tragicamente evidente che lo sviluppo economico costruito su combustibili fossili è insostenibile e ha un prezzo alto. Al fine di evitare le conseguenze devastanti di tali incidenti sul nostro ambiente e sulla sicurezza, dobbiamo riformare il nostro sistema energetico, migliorando l'efficienza energetica e sviluppando le fonti energetiche rinnovabili, allontanandoci dai combustibili fossili sporchi come il petrolio e il carbone».

Greenpeace sta monitorando da vicino la marea nera e i lavori di bonifica ed ha anche inviato un suo team sul luogo del disastro per valutarne l'impatto ambientale e «Chiede che il governo cinese e le aziende responsabili effettuino una valutazione completa degli impatti ambientali e intraprendano azioni forti per ridurre al minimo le conseguenze negative. Disastri petroliferi come questo dimostrano che non importa quali tecnologie e precauzioni ci siano, gli sversamenti non possono essere previsti o evitati. La nostra dipendenza dal petrolio lega insieme il mondo in modo velenoso, bloccando le economie con tragedie ambientali come quelle nel Delta del Niger, nelle foreste pluviali dell'Equador, nel Golfo del Messico e ora sulle coste di Dalian».

Gli ambientalisti cinesi ricordano che i ministri dell'energia di 20 nazioni, compresa la Cina, hanno partecipato al Major economie forum per parlare di energia pulita «Speriamo che abbiano preso qualche decisione giusta ed impegni per la nuova energia del futuro».

Greenpeace svela anche un'altra cosa: non è vero che non ci sono state vittime come ha detto il governo cinese, la marea nera ha uno sconosciuto eroe: il vigile del fuoco Zhang Liang che è morto mentre lavorava alle operazioni di bonifica. Gli ambientalisti hanno inviato una lettera di condoglianze alla famiglia ed al dipartimento dei vigili del fuoco di Delian per «esprimere la nostra simpatia e il rispetto per Zhang Liang e per tutti coloro che sono in prima linea nello sforzo di bonifica».

Il team di Greenpeace ha assistito in diretta alla morte di Zhang Liang che si è gettato in mare con un suo collega per riparare una pompa subacquea che era stata intasato da petrolio e detriti. Una grossa onda ha spazzato via il vigile del fuoco di soli 25 anni e i suoi compagni non sono riusciti a salvarlo prima che annegasse nel petrolio che ricopriva la superficie con una coltre spessa 20 centimetri.

Nella lettera di condoglianze Ailun Yang scrive: «L'eccessivo affidamento dato al petrolio nel nostro pianeta ha causato questa tragedia. E' un giorno triste per coloro che sono coinvolti nello sforzo di bonifica e per il pianeta nel suo complesso. In fin dei conti siamo noi esseri umani che paghiamo il prezzo della nostra dipendenza dal petrolio».

giovedì 20 maggio 2010

La marea nera arriva sulle coste

da www.greenpeace.org


La marea nera arriva sulle coste della Louisiana. La piattaforma esplosa Deepwater Horizon è di proprietà della British Petroleum o Beyond Petroleum, come ha cominciato a chiamarsi qualche anno fa con un'abile operazione di greenwashing.


A quasi un mese dall'esplosione della Deepwater Horizon, il petrolio inizia ad arrivare sulla coste. Il nostro team sul posto – prima di essere allontanato dalla Guardia costiera – è riuscito a documentare con le foto la spiaggia ricoperta da uno strato di catrame denso e viscoso nell'area di South Pass, in Louisiana, vicino alla foce del fiume Missisipi.

Recenti stime confermano le nostre ipotesi che la reale fuoruscita di petrolio sia di ben dieci volte più grande di quanto dichiarato da BP: ecco perché si cerca di nascondere agli occhi dell'opinione pubblica l'entità di questo disastro. Prima avvelenano il mare con i disperdenti chimici per far sparire il petrolio e adesso allontanano chi cerca di monitorare e documentare l'espandersi del disastro.

Sembra che la BP abbia veramente fatto male i sui conti. In documenti ufficiali compilati prima di ricevere l'autorizzazione per queste esplorazioni petrolifere la compagnia affermava, infatti, che era improbabile si verificasse una catastrofe, e che, in caso di disastro, le 50 miglia di distanza dalla costa avrebbero reso altrettanto improbabile un interessamento della costa.

Ma il petrolio è arrivato a terra e a nulla sono valsi i tentativi per arginarlo. È passato più di un mese e il pozzo non è ancora stato chiuso. È ormai sotto gli occhi di tutti che non esistono misure preventive o sufficienti tecnologie di pronto intervento: il rischio delle perforazioni petrolifere offshore è troppo alto per l'ambiente e per le popolazioni.

Eppure è di pochi giorni fa la notizia che i piani della Shell per iniziare perforazioni petrolifere in Alaska stanno andando avanti, mentre anche nel nostro Mediterraneo le richieste di autorizzazioni aumentano, soprattutto in Adriatico e nel Canale di Sicilia

È ora che i governi abbandonino il cammino delle energie fossili e investano con decisione in energie rinnovabili.

martedì 4 maggio 2010

Orizzonte Nero

da www.greenpeace.org


Sei domande per capire il disastro della Deepwater Horizon in Louisiana



“It turns out, by the way, that oil rigs today generally don’t cause spills. They are technologically very advanced.”
(Risulta poi, tra l’altro, che oggi le piattaforme petrolifere generalmente non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate.)
Barak Obama - 2 aprile 2010


Dopo tante promesse di “rivoluzione verde” e Green Economy, agli inizi di aprile 2010, Barak Obama ha ridato il via alle esplorazioni petrolifere offshore negli USA, dopo una lunga moratoria. Un pedaggio pagato alle lobby petrolifere per far passare un “Climate Bill” (la legislazione per la riduzione delle emissioni di gas serra) che riduce le emissioni degli USA solo del 4% rispetto al 1990 (anno di riferimento del Protocollo di Kyoto). Obama è stato subito ripagato da BP (che non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum, cioè “Oltre il Petrolio”!) con una marea nera che lascerà il segno. Vediamo di capire come e perché.


1. Un incidente senza precedenti? Falso!

La moratoria alle estrazioni petrolifere offshore negli USA non è cominciata per caso. Nel 1969 esplodeva infatti la piattaforma Santa Barbara (California): in dieci giorni, furono rilasciate in mare 12-13.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Dieci anni dopo era la volta della Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex: 450-480.000 tonnellate di petrolio furono rilasciate in mare nell’arco di oltre 9 mesi, nel Golfo del Messico. E’ il maggior rilascio di petrolio in mare mai registrato, con danni anche negli USA che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri pesanti rilasci di petrolio furono causati dalle 30 piattaforme danneggiate o affondate dall’uragano Katrina, nel 2005: proprio in Louisiana.


2. Una tecnologia all’avanguardia? Falso!

La piattaforma Depwater Horizon non è della BP, che l’ha affittata dalla Transocean, alla modica cifra di 500,000 US$ al giorno. Con quella stessa cifra, la BP avrebbe potuto acquistare, e utilizzare, un sistema di bloccaggio del pozzo “a distanza” (azionabile con un sistema acustico, dalla superficie). Perché questo utile congegno, obbligatorio in Norvegia e in Brasile, non è stato utilizzato in una piattaforma assolutamente all’avanguardia (come sostiene la stessa BP)? L’uso di questo congegno è stato a lungo dibattuto negli USA, almeno dal 2000. Ma, dopo forti pressioni della lobby petrolifera, nel 2003 lo US Mineral Management Service concludeva che “questi sistemi non sono raccomandati perché tendono a essere troppo costosi”. Certo, mezzo milione di dollari sono una bella cifra: ma sono appena il costo dell’affitto giornaliero di una piattaforma. E nel primo quadrimestre 2010 la stessa BP, che ha fatto profitti per quasi 6 miliardi di dollari, per attività di lobby al Congresso USA ha speso non meno di 3,5 milioni di dollari.


3. Mille barili al giorno di petrolio in mare? Falso!

Non sappiamo ancora quanto petrolio stia rilasciando in mare la Deepwater Horizon. Sappiamo che BP ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (c.a. 135 tonnellare).
Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Administration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (c.a. 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di “It turns out, by the way, that oil rigs today generally don’t cause spills. They are technologically very advanced.”
(Risulta poi, tra l’altro, che oggi le piattaforme petrolifere generalmente non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate.)
Barak Obama - 2 aprile 2010
150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate). Queste cifre devono essere moltiplicate per la durata dello sversamento. Dopo il fallito tentativo di chiudere le valvole della testa di pozzo con un robot filoguidato (ROV, remote operated vehicle) adesso BP cerca di intrappolare la perdita sotto una cupola di cemento. In ogni caso ci vorrà tempo, bisognerà tagliare la condotta (che sta perdendo petrolio in almeno tre punti) e le perdite di petrolio, che fuoriesce anche da fessurazioni nel fondo marino, saranno bloccate solo scavando un altro pozzo (a mezzo miglio di distanza) per “togliere pressione” al pozzo in perdita. Ci vorranno mesi: Ixtoc 1 è esploso nel giugno 1979 ed è stato chiuso solo nel marzo 1980.


4. BP pagherà tutti i danni? Falso!

Sui media si legge che BP avrebbe già dichiarato che si assume tutte le responsabilità e che pagherà tutti i danni. Non è vero: BP ha dichiarato che pagherà tutte le perdite economiche accertate e quantificabili. Probabilmente non è poca cosa: già i pescatori (soprattutto ostriche e gamberi) si stanno attrezzando per organizzare una “class action” (azione legale collettiva) per chiedere a BP almeno 5 miliardi di dollari. Altri danni economici potrebbero essere richiesti dal settore turistico: già solo la pesca sportiva in mare, da quelle parti è un bussiness da oltre 700.000 di dollari l’anno (oltre 7.700 posti di lavoro). Tuttavia, i precedenti ci dicono che difficilmente BP pagherà i danni ambientali che sta causando.
Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989) la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come ammenda (anche per risarcire i danni ambientali). Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere (e le loro assicurazioni) difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.


5. Gli ecosistemi torneranno presto alla normalità? Falso!

Gli effetti di disastri petroliferi come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie. A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (2- butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni (o morte) dei feti.
L’uso di disperdenti può ridurre l’impatto sugli uccelli (che vengono “soffocati” dal catrame) ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Spesso è una decisione che si prende per motivi di “pubbliche relazioni” (gli uccelli incatramati fanno sensazione) che è come nascondere l’immondizia sotto il tappeto visto che l’effetto sui pesci è poco visibile. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già decimata
dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli USA…) il bando del commercio internazionale. Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia).
Lungo la fascia costiera del Golfo del Messico, negli USA ci sono oltre 2 milioni di ettari di zone umide, con oltre 400 specie a rischio. Il Governatore della Louisiana ha dichiarato che la marea nera minaccia almeno 14 Aree Protette. Tra le specie in pericolo ci sono varie specie di rettili (tartarughe e alligatori), lontre, pellicano bruno (il simbolo della Louisiana) e decine di specie di uccelli migratori, canori e limicoli. E’ difficile stimare in quanto tempo gli ecosistemi si riprenderanno: tra l’altro, l’evento è purtroppo in corso e non abbiamo una stima precisa né dell’area colpita né dei quantitativi di petrolio sversato.
Tuttavia, il caso della Exxon Valdez ci ricorda che dopo oltre vent’anni gli effetti sono ancora evidenti e le sostanze tossiche rilasciate con le 37.000 tonnellate di petrolio allora sversate sono ancora in circolazione. Se la Deepwater Horizon sta davvero rilasciando oltre 3.000 tonnellate di petrolio al giorno, già adesso (6 maggio) lo sversamento potrebbe essere di circa 48.000 tonnellate.
Particolare importanza ha anche il periodo della stagione in cui avviene lo sversamento: quello della Exxon Valdez avvenne durante la stagione di riproduzione delle aringhe del Pacifico e lo stock non si è ancora ripreso.


6. Basta usare le migliori tecnologie per evitare questi disastri? Falso!

L’idea che incidenti come questo siano causati dall’incuria e dalla cupidigia delle lobby petrolifere non è errata, ma affronta solo parte della realtà. Questi incidenti, che sono più frequenti di quanto non riferiscono i media (lo scorso gennaio, a Port Hartur (USA) c’è stato un “major oilspill” di cui non abbiamo mai sentito parlare…) dipendono da “fattori” come uragani, errore umano, malfunzionamento delle tecnologie e altri imprevisti. Ce ne saranno sempre. Le statistiche poi ci dicono che, per quanto appariscenti, le maree nere sono un contributo minoritario all’inquinamento da petrolio in mare: i lavaggi delle cisterne e le fonti terrestri sono un problema ben maggiore anche se “localmente” meno acuto. Per eliminare questi pericoli, e per combattere il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani (entrambi conseguenza dell’aumento atmosferico della CO2 causato dai combustibili fossili), l’unica soluzione è smettere di cercare, trasportare e usare questi prodotti. Settori sempre più ampi dell’industria si sono ormai appropriati degli scenari della “Rivoluzione Energetica”, descrivendo percorsi realistici che in un futuro prossimo ci permetteranno di lasciar perdere lo sporco petrolio (e fonti non meno pericolose come carbone e nucleare) passando alle energie rinnovabili (solare ed eolico) e all’efficienza energetica. Yes, We can.