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domenica 20 febbraio 2011

Centrale del Garigliano, che incubo

da www.terranews.it


NUCLEARE. Nell’impianto è in costruzione un mega deposito di scorie radioattive. In un territorio già estremamente contaminato.


Nella centrale del Garigliano - in provincia di Caserta - sono stoccati, attualmente, circa 3.000 metri cubi di rifiuti a media attività (la cui radioattività dura alcuni secoli), già messi in sicurezza: mille e cento mc di rifiuti a bassa attività, sepolti nelle trincee e 80 tonnellate di amianto radioattivo derivato dalla bonifica dell’edificio turbina. Per bonificare le trincee si sta procedendo a costruire un edificio di contenimento per estrarre i rifiuti in sicurezza. Nel frattempo è in stato di avanzamento la costruzione del D1 (autorizzato da Carlo Jean nel dicembre 2006), ossia del deposito di 11.000 mc di volume che servirà a stoccare 1.100 mc di rifiuti, ed è stato recuperato l’edificio ex diesel - di 6.000 mc - nel quale saranno stoccati 600 mc di rifiuti.


Il deposito è stato definito «provvisorio», in attesa della costruzione del deposito nazionale, in un sito ancora da rivelare. Il nostro timore è che il deposito sarà definitivo, ma che non basterà a stoccare tutti i rifiuti già presenti in centrale a cui bisognerà aggiungere quelli derivanti dallo smantellamento con un aggravio di ulteriori 2-3.000 mc e, panorama molto più allarmante, quelli di ritorno, entro il 2025, da Sellafield a La Hague dove sono state, e in parte ancora saranno riprocessate, le barre di uranio e plutonio. Si tratta di rifiuti vetrificati ad alta attività: il timore è che senza deposito nazionale si costruiranno altri depositi in sito. Ecco dunque i problemi con cui dovremo confrontarci in futuro. Insomma: si sponsorizza l’energia nucleare senza che siano ancora stati risolti i problemi dei vecchi impianti, soprattutto per lo smaltimento delle scorie.

Circa la tanto propagandata sicurezza, le parole di oggi sono le stesse degli anni ’60-’70. Ma nella centrale del Garigliano si sono verificati incidenti e guasti che ne determinarono l’interruzione per lunghi periodi, per non parlare della sfiorata fusione del nocciolo, dell’esplosione dei filtri nel 1972 e nel 1976, di ripetute esondazioni del fiume che provocarono l’innalzamento della falda acquifera, invadendo i contenitori sotterranei, e uscendone «arricchita» di radioattività. Tra il 1980 e il 1982, l’Enea condusse quattro campagne radioecologiche nel golfo di Gaeta, precisamente tra Ischia e il Circeo, e rilevò la contaminazione di oltre 1.700 kmq di mare da cobalto 60, di esclusiva produzione della centrale, da cesio 137, i cui valori, rispetto agli anni ‘70, erano raddoppiati.

E' impressionante leggere il rapporto dell’unica indagine epidemiologica condotta tra il 1979 e il 1981 dal prof. Alfredo Petteruti, laureato in chimica industriale, in collaborazione con l’Istituto di Anatomia Normale e Teratologia, Facoltà di Veterinaria dell’Università di Napoli; con la Facoltà di Agraria dell’Università di Portici-Napoli; con l’Istituto di Fisica Teorica dell’Università di Napoli; con l’Istituto di Anatomia Comparata “B. Grassi” dell’Università di Roma; e ancora, con i medici veterinari di Sessa Aurunca. L’indagine, pubblicata nel libro La mostruosità nucleare, è un’indicazione di campionatura statistica, in aziende similari, tra vacche “Frisone italiane” dette localmente “Olandesi”. Le aziende esaminate in due zone prossime alla centrale sono 32. Il numero delle nascite con mostruosità è, rispettivamente, 33 e 9 volte maggiore rispetto alla zona “C”.

E' opportuno chiarire che il rapporto “9” non significa 9%, ma 800% in più e il rapporto “33” significa il 3.200% in più di nascite mostruose. Nel libro di Marcantonio Tibaldi, Inquinamento da radionuclidi nelle acque del Lazio meridionali c’è un ulteriore particolare agghiacciante: i parti degli anni 1971/80 sono stati 15.771. Su un totale di 90 casi di malformazioni, 60 si sono registrati nelle zone di mare (Formia, Gaeta, Minturno, Mondragone) dove nascevano quasi tutti i bimbi di Sessa Aurunca. Altri 4 casi di anencefalia sono avvenuti presso l’ospedale di Minturno, in provincia di Latina (Dichiarazione del dott. Eugenio Fusco, ginecologo presso il predetto ospedale, pubblicata da Panorama n. 777, del 9 marzo 1981, pagg. 11/12).

C’è poi da considerare l’aumento esponenziale di cancri e leucemie che, secondo i dati ISTA raccolti nel periodo 1972-78, sono attestati al 44,48%. Quanto alla sicurezza degli Epr basti ricordare che le Agenzie per la sicurezza finlandese, francese e britannica hanno dichiarato, in un comunicato congiunto, che il sistema di emergenza non è a norma perché è collocato accanto al sistema di normale funzionamento e, in caso di incidente di quest’ultimo, può andare in tilt anche l’altro. Inoltre, nel costruendo impianto Epr di Flamanville, in Francia, nel dicembre dell’anno scorso, sotto il peso della neve, è crollato il tetto di un edificio.

Giulia Casella (Terra Napoli - responsabile circolo Legambiente “Alfredo Petteruti”)

domenica 30 gennaio 2011

Super N, patto segreto sulle grandi emergenze

da Il Mattino del 30 gennaio 2011
di Rosaria Capacchione


Super N, patto segreto sulle grandi emergenze

Da Claudio De Blasio a Marta De Gennaro: nomi ricorrenti, filo rosso con le indagini su Abruzzo e G8. Dietro l'emergenza rifiuti una Super Nomenklatura che, da vent'anni, opera nel business delle ecomafie grazie alla mancanza di volontà degli amministratori locali di risolvere i problemi. Una lobby autoreferenziale rispetto alla quale, anche la camorra, è in posizione subordinata


Si chiama Super N, associazione segreta ma non troppo, mai formalmente costituita e che pure esiste e opera da almeno vent’anni. Ha la struttura di una loggia massonica. A voler utilizzare un termine ormai abusato, una cricca. Vi aderiscono uomini dell’amministrazione dello Stato, chiamati di volta in volta a risolvere le emergenze del Paese: terremoti devastanti, alluvioni, vertici internazionali, surplus di rifiuti che non si sa dove smaltire.
Vanno a braccetto, quelli di Super N, con professionisti e imprenditori di strettissima osservanza, agiscono con i poteri straordinari conferiti dai governi, utilizzano le norme in scioltezza, appunto, dell’emergenza.
E’ la Super Nomenklatura che compare in tutte le inchieste più recenti, dalla ricostruzione in Abruzzo all’ospitalità alla Maddalena per i partecipanti al G8 fino, ovviamente, a quelle sui rifiuti in Campania: Corrado Catenacci, che da indagato nell’inchiesta Rompiballe viene nominato al vertice della società provinciale dei rifiuti di Napoli; Claudio De Biasio, che da imputato diventa consulente di Bertolaso alla Protezione Civile e che rientra in ambito regionale fino a diventare il liquidatore del Commissariato per le acque. Oppure Marta Di Gennaro, capo Innovazione al ministero della Salute. Sempre gli stessi nomi, sempre le stesse facce, competenza non necessariamente comprovata oppure messa al servizio, senza remore, «dagli illeciti intenti di funzionari pubblici infedeli», come scrivono i giudici Bruno D’Urso, Francesco Chiaromonte e Luigi Giordano (che oggi iniziano gli interrogatori degli arrestati) nell’ultima misura cautelare sull’attività del Commissariato straordinario dell’emergenza rifiuti.

Un apparato deviato? Piuttosto una sovrastruttura, spiegano alcuni dei magistrati che si sono avvicendati nella inchiesta napoletane, a partire da quelle su Impregeco e su Nicola Cosentino, passando per la gestione della Fibe e la costruzione del termovalorizzatore di Acerra.
Ciò che emerge dagli atti d’indagine firmati, nel tempo, da Raffaele Cantone, Alessandro Milita, Giuseppe Narducci, Paolo Sirleo, Giuseppe Noviello, Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock, Francesco Curcio è, appunto, la prova dell’esistenza di quel sistema gelatinoso di cui si è parlato a proposito degli appalti all’Aquila e alla Maddalena.
Melassa, l’ha definita recentemente il giudice Cantone, nella quale trova spazio anche la camorra che «utilizzando schermi formali di consorzi o associazioni temporanee di imprese e, soprattutto, l’attenuazione dei controlli tipico dei momenti d’emergenza, sono riuscite a ritagliarsi una parte cospicua della torta dei finanziamenti pubblici».

In Campania, ed è qui il paradosso sorprendente, la camorra è però in posizione subordinata a Super N, alla burocrazia commissariale o regionale che detta tempi e tempi degli interventi. Così come la politica, che si accontenta di ritagliarsi spazi di gestione clientelare (o meramente affaristica) senza però riprendersi il ruolo che le compete, cioè quello di programmazione. Ed è da questa la valutazione che arriva, infatti, la denuncia del Procuratore Giovandomenico Lepore della mancanza di volontà, da parte degli amministratori, di risolvere i problemi.

La sovrastruttura burocratica ha operato in tutta la gestione dell’emergenza rifiuti, sin dalla nascita del business delle ecomafie. Ai suoi albori, alla fine degli anni Ottanta, era una emenazione diretta della massoneria toscana e di Licio Gelli. Documentati nell’inchiesta Adelphi del 1993 (e successivamente dal pm antimafia Milita, nel 2006) i rapporti con il capo della P2 e con altri «fratelli muratori» collegati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete e uomo chiave nei rapporti con il clan del Casalesi, da lui chiamati nel 1988/89 a risolvere il problema del reperimento delle aree da adibire a discarica dei rifiuti tossici e nocivi che arrivavano dal Nord. La mentalità lobbistica è stata fatta propria dalla nomenclatura chiamata a gestire le emergenze e che, nel tempo, è diventata autoreferenziale e necessaria a se stessa. Per sopravvivere ha bisogno, quindi, che l’emergenza sia continua e mai risolta, a meno che non se ne crei un’altra più redditizia ancora.

giovedì 20 gennaio 2011

Nucleare - Il problema senza la soluzione

da www.greenpeace.it/stopnucleare

Vuoi sapere la verità sul nucleare? Ti presentiamo la nostra campagna pubblicitaria per smentire le bugie del Governo, di Enel e del Forum nucleare. Informati e condividi. La tua partecipazione attiva è fondamentale per contrastare il “bombardamento mediatico pro-atomo” finanziato con milioni di euro dall’industria nucleare.

giovedì 22 luglio 2010

Delian, Cina: marea nera

da www.greenreport.it

Greenpeace Cina: la marea nera di Delian dimostra che bisogna cambiare modello di sviluppo


La marea nera che sta soffocando le coste di Delian e il golfo di Bohai, una delle località turistiche più famose della Cina ed (ex) fiore all'occhiello dello sviluppo armonioso con l'ambiente del governo di Pechino, secondo Greenpeace China «Dovrebbe rappresentare un grave avvertimento sui costanti ed inevitabili pericoli di proseguire nella dipendenza della nostra economia dal petrolio».


Greenpeace China, dopo aver diffuso le foto che hanno rivelato al mondo la dimensione umana e ambientale di una tragedia che subito si era cercato di minimizzare, fornisce le prima cifre dei danni prodotti dalla serie di esplosioni verificatesi su due oleodotti che avrebbero aperto una squarcio anche in un serbatoio per lo stoccaggio del petrolio: «Si stima che circa 11.000 barili (1.500 tonnellate) di greggio siano fuoriuscite in mare, creando una chiazza di petrolio che si è ampliata sino al oltre 100 km2 (quindi da subito il doppio di quanto dicevano le autorità cinesi, ndr). Un incendio ha infuriato per 15 ore prima di essere quasi spento. Lo sversamento di petrolio ha gravi conseguenze per l'ecosistema costiero, così come la pesca e l'industria del turismo e le comunità locali. Anche se è ancora troppo presto per valutare pienamente le conseguenze ambientali di questo incidente, una cosa è certa: non ci potrà essere una completa pulizia. Il danno fatto da ogni fuoriuscita di petrolio è irreversibile e di lunga durata. I lavori di bonifica sono già iniziati, con barriere, skimmer e disperdenti, che sono essi stessi prodotti chimici pericolosi, i cui effetti dannosi non sono ancora stati completamente studiati».

Yang Ailun, climate campaigner di Greenpeace China, critica apertamente la politica energetica del suo Paese: «Dal Golfo del Messico fino al Golfo di Dalian, ai numerosi incidenti nelle miniere di carbone, è tragicamente evidente che lo sviluppo economico costruito su combustibili fossili è insostenibile e ha un prezzo alto. Al fine di evitare le conseguenze devastanti di tali incidenti sul nostro ambiente e sulla sicurezza, dobbiamo riformare il nostro sistema energetico, migliorando l'efficienza energetica e sviluppando le fonti energetiche rinnovabili, allontanandoci dai combustibili fossili sporchi come il petrolio e il carbone».

Greenpeace sta monitorando da vicino la marea nera e i lavori di bonifica ed ha anche inviato un suo team sul luogo del disastro per valutarne l'impatto ambientale e «Chiede che il governo cinese e le aziende responsabili effettuino una valutazione completa degli impatti ambientali e intraprendano azioni forti per ridurre al minimo le conseguenze negative. Disastri petroliferi come questo dimostrano che non importa quali tecnologie e precauzioni ci siano, gli sversamenti non possono essere previsti o evitati. La nostra dipendenza dal petrolio lega insieme il mondo in modo velenoso, bloccando le economie con tragedie ambientali come quelle nel Delta del Niger, nelle foreste pluviali dell'Equador, nel Golfo del Messico e ora sulle coste di Dalian».

Gli ambientalisti cinesi ricordano che i ministri dell'energia di 20 nazioni, compresa la Cina, hanno partecipato al Major economie forum per parlare di energia pulita «Speriamo che abbiano preso qualche decisione giusta ed impegni per la nuova energia del futuro».

Greenpeace svela anche un'altra cosa: non è vero che non ci sono state vittime come ha detto il governo cinese, la marea nera ha uno sconosciuto eroe: il vigile del fuoco Zhang Liang che è morto mentre lavorava alle operazioni di bonifica. Gli ambientalisti hanno inviato una lettera di condoglianze alla famiglia ed al dipartimento dei vigili del fuoco di Delian per «esprimere la nostra simpatia e il rispetto per Zhang Liang e per tutti coloro che sono in prima linea nello sforzo di bonifica».

Il team di Greenpeace ha assistito in diretta alla morte di Zhang Liang che si è gettato in mare con un suo collega per riparare una pompa subacquea che era stata intasato da petrolio e detriti. Una grossa onda ha spazzato via il vigile del fuoco di soli 25 anni e i suoi compagni non sono riusciti a salvarlo prima che annegasse nel petrolio che ricopriva la superficie con una coltre spessa 20 centimetri.

Nella lettera di condoglianze Ailun Yang scrive: «L'eccessivo affidamento dato al petrolio nel nostro pianeta ha causato questa tragedia. E' un giorno triste per coloro che sono coinvolti nello sforzo di bonifica e per il pianeta nel suo complesso. In fin dei conti siamo noi esseri umani che paghiamo il prezzo della nostra dipendenza dal petrolio».

mercoledì 16 giugno 2010

La colata - Il partito del cemento che cancella l'Italia

da www.youtube.com
di Ferruccio Sansa e Marco Preve



L'Italia è come l'Amazzonia, sta scomparendo. Ogni settimana ettari di verde si trasformano in ettari di cemento. Un prato non è più un prato, ma un business. Ogni giorno appaiono gru, seconde e terze case, immobili mai abitati. Interi quartieri edificati senza necessità, senza inquilini. Il cemento uccide il turismo, toglie posti di lavoro, non li dà. Il cemento è riciclaggio di danaro sporco delle mafie nazionali che investono nel mattone. A Milano sorgono nuovi grattacieli quando un terzo della città è in vendita o alla ricerca di un inquilino in affitto. L'Expo 2015 è solo cemento. Il cemento non si mangia, ma sul cemento mangiano i politici, le amministrazioni locali e la criminalità organizzata. L'Italia che scompare sotto una colata, come Pompei seppellita dalla lava, fa compassione e rabbia. I comuni dovrebbero vietare la costruzione di ogni immobile non necessario e, nel caso, verificare l'esistenza di un immobile già esistente da ristrutturare. Bisogna lanciare una nuova industria, quella della decostruzione di immobili e capannoni disabitati. Con i soldi pubblici i nostri sindaci non devono più costruire un solo vano se non destinato a uso sociale. Cementificatori e riciclatori che leggete, ascoltatemi, costruire non è più un affare, investite in energie rinnovabili e nel turismo.

giovedì 20 maggio 2010

La marea nera arriva sulle coste

da www.greenpeace.org


La marea nera arriva sulle coste della Louisiana. La piattaforma esplosa Deepwater Horizon è di proprietà della British Petroleum o Beyond Petroleum, come ha cominciato a chiamarsi qualche anno fa con un'abile operazione di greenwashing.


A quasi un mese dall'esplosione della Deepwater Horizon, il petrolio inizia ad arrivare sulla coste. Il nostro team sul posto – prima di essere allontanato dalla Guardia costiera – è riuscito a documentare con le foto la spiaggia ricoperta da uno strato di catrame denso e viscoso nell'area di South Pass, in Louisiana, vicino alla foce del fiume Missisipi.

Recenti stime confermano le nostre ipotesi che la reale fuoruscita di petrolio sia di ben dieci volte più grande di quanto dichiarato da BP: ecco perché si cerca di nascondere agli occhi dell'opinione pubblica l'entità di questo disastro. Prima avvelenano il mare con i disperdenti chimici per far sparire il petrolio e adesso allontanano chi cerca di monitorare e documentare l'espandersi del disastro.

Sembra che la BP abbia veramente fatto male i sui conti. In documenti ufficiali compilati prima di ricevere l'autorizzazione per queste esplorazioni petrolifere la compagnia affermava, infatti, che era improbabile si verificasse una catastrofe, e che, in caso di disastro, le 50 miglia di distanza dalla costa avrebbero reso altrettanto improbabile un interessamento della costa.

Ma il petrolio è arrivato a terra e a nulla sono valsi i tentativi per arginarlo. È passato più di un mese e il pozzo non è ancora stato chiuso. È ormai sotto gli occhi di tutti che non esistono misure preventive o sufficienti tecnologie di pronto intervento: il rischio delle perforazioni petrolifere offshore è troppo alto per l'ambiente e per le popolazioni.

Eppure è di pochi giorni fa la notizia che i piani della Shell per iniziare perforazioni petrolifere in Alaska stanno andando avanti, mentre anche nel nostro Mediterraneo le richieste di autorizzazioni aumentano, soprattutto in Adriatico e nel Canale di Sicilia

È ora che i governi abbandonino il cammino delle energie fossili e investano con decisione in energie rinnovabili.

giovedì 6 maggio 2010

Storia della canapa italiana nel '900

da www.gruppofibranova.it



Agli inizi del Novecento l'Italia rappresentava la seconda nazione al mondo per la quantità di canapa tessile prodotta ed era preceduta, in questa graduatoria, dalla sola Russia.
A quell'epoca, nel nostro Paese gli ettari destinati a tale coltura ammontavano ad oltre 100.000 con un rendimento annuo che sfiorava gli 800.000 quintali.
Nel 1914 la provincia di Ferrara produceva 363.000 quintali di canapa, contro i 157.000 della provincia di Caserta, i 145.000 della provincia di Bologna e gli 89.000 del napoletano.
Negli anni a seguire, in tutto il territorio nazionale vi fu una progressiva riduzione della superficie coltivata a canapa e, conseguentemente, della fibra prodotta: si passò così da un massimo di 85.000 ettari coltivati, con una produzione complessiva di un milione di quintali, ai 1.860 ettari del 1969 con soli 21.000 quintali di prodotto fino ad arrivare, nel 1970, ad un minimo di 899 ettari con un rendimento di appena 10.000 quintali.
La crisi della canapa, già iniziata nel 1958 con la scomparsa totale della produzione in Val Padana, completò la sua fase nel 1964 quando anche la Campania, ultima regione che ancora tentava di contrastarne l'inesorabile recessione, fu costretta a desistere.
Ne conseguì che mentre questo evento non rappresentò difficoltà insormontabili per i grossi agricoltori, che passarono rapidamente a colture diverse, o per gli industriali del settore, che non tardarono ad adeguare i loro impianti alla lavorazione di fibre sostitutive, costituì invece un autentico dramma per i lavoratori del settore, specialmente per quelli più anziani, per i piccoli artigiani e per le caratteristiche filatrici, che videro svanire quella pur minima, faticosa ma importante fonte di reddito.
Di fatto, sin dal 1929, quando ormai si era manifestata al mondo nella sua totalità quella che fu definita "la grande crisi", vi furono gravi preoccupazioni in campo economico, ma, mentre le nazioni più attente adottarono tempestivamente misure protettive, in Italia solamente nel 1933 furono emanati i primi provvedimenti e costituiti i Consorzi provinciali obbligatori per la difesa della canapicoltura, che, dopo vicissitudini varie, si concentrarono, a partire dal 1953, nel Consorzio Nazionale Produttori Canapa.
A nulla valsero imponenti manifestazioni di canapicoltori come quella del 12 dicembre 1946 a Caserta e convegni di studi ad alto livello, né sortirono alcun effetto gli interventi dell'O.M.C.E., che, esortando a migliorare ed incentivare la produzione della canapa e del lino, costituì una Confederazione Europea del Lino e dalla Canapa. Analogamente a nulla servì l'accorato dibattito sulla crisi della canapicoltura tenutosi il 12 agosto del 1951 a Frattamaggiore (NA), che vide la partecipazione di tutti i parlamentari della Provincia, né giovò alla causa il Convegno di Ferrara del 29-30 gennaio 1955.
Vi fu, senza dubbio, all'epoca una decisa volontà governativa di non intervenire, malgrado le numerose sollecitazioni pervenute da più forze politiche, e fu così che la coltivazione della canapa venne abbandonata in favore di fibre sintetiche, resistenti, poco costose e facili da ottenere, prevalentemente in campo nautico, ma soprattutto in favore del cotone che nello stesso periodo venne favorito da notevoli progressi nella meccanizzazione della raccolta e nelle successive fasi di filatura.
Tra le cause concomitanti, che portarono alla crisi nel settore canapicolo, un posto rilevante lo ebbe sicuramente il sistema di lavorazione della canapa nell'azienda agraria, che richiedeva un impiego complessivo di circa 1.200 ore di manodopera per ettaro, fra i più alti di tutte le colture a pieno campo. Se da un lato questo garantiva occupazione a circa 30 mila operai dall'altro offriva condizioni di lavoro particolarmente difficili, soprattutto nella fase della macerazione in acqua degli steli raccolti in fasci.
Con l’abbandono del lavoro agricolo e delle campagne, avvenuto in modo massiccio negli anni ’60, sono venute a mancare le basi materiali ed umane perché la lavorazione potesse continuare e a questo si è aggiunto l’arrivo di nuove fibre sintetiche che hanno largamente rimpiazzato la canapa nei filati tradizionali. Per questo motivo tra gli anni '50-'60 vennero indetti concorsi annuali per la progettazione di macchine, che permisero una maggiore automazione delle varie fasi di coltivazione e trasformazione della materia prima a fini tessili.
La macerostigliatura rappresenta l'ultimo tentativo, mai realizzato, di rilanciare la coltivazione della canapa nel comprensorio bolognese. Secondo questo innovativo processo di lavorazione, la laboriosa fase di macerazione non sarebbe più stata realizzata in azienda, ma in un impianto industriale. Il progetto prevedeva una stigliatura verde in azienda, cioè sugli steli ancora freschi ed una successiva macerazione industriale della fibra così ottenuta. Nonostante questo procedimento diminuisse l'impiego di manodopera a livello aziendale e permettesse un maggior controllo del delicato processo di macerazione, i progetti che lo descrivevano non sono mai stati realizzati per il concomitante collasso del mercato della canapa.
Da allora in Italia la canapa è rimasta il ricordo di una cultura contadina sempre più lontana. L'intensificazione dei mezzi tecnici di produzione, la realizzazione di macchine agricole sempre più sofisticate, il progressivo cambiamento delle specie coltivate e soprattutto del loro miglioramento genetico hanno fatto progressivamente svanire anche il ricordo dell'antica coltivazione della canapa. Volere coltivare canapa, anche solo per passione è diventato col tempo impossibile. Si è persa la tecnica di coltivazione, sono arrugginite le macchine stigliatrici, sono state perfino smarrite le gloriose varietà italiane un tempo considerate generatrici della miglior canapa del mondo. A questo si deve oltretutto aggiungere una legislazione orba, che accomunava la canapa da fibra a quella da droga, rendendone la coltivazione una pratica illegale. Dalla seconda metà degli anni '90 le cose sembrano essere cambiate ed un rinnovato interesse sembra aver riportato la canapa alla ribalta, se non della coltivazione almeno della cronaca.
Sicuramente grande risonanza ha avuto la canapa impropriamente denominata "indiana", ma la canapa tradizionale, da fibra, ha trovato nuovi estimatori e sostenitori in seno al movimento ecologista, in quanto coltura naturale, a basso impatto ambientale, che non necessità di input chimici per la coltivazione ed in grado di rinettare il terreno dalle erbe infestanti e quindi apportare un benefico effetto sul terreno stesso. Oltre a questo l'agricoltura europea malata di sovrapproduzione ed eccessiva intensificazione ha cominciato a guardare alle cosiddette colture no food, per diversificare ordinamenti colturali troppo serrati e poco sostenibili.
Nel 1998 si è ripreso a coltivare la canapa da fibra grazie al contributo CEE (circa 1.300.000 lire per ogni ettaro coltivato) e ne sono stati seminati 255 ha; nel 1999 180 ha, mentre nel 2000 sono stati poco più di 150 ha.Gli incentivi comunitari del '98 non sono però bastati per rilanciare la canapa in Italia, in quanto l'applicazione delle leggi, che disciplinano gli stupefacenti, tra cui il D.P.R. n° 309 del 9-10-1990, ha fatto temere a molti agricoltori, anche se in regola con le disposizioni vigenti, di incorrere comunque in provvedimenti penali. Nel 2001 è entrata in vigore la norma comunitaria (regolamento C.E. n° 2860/2000), che stabilisce il nuovo limite massimo ammesso di THC (tetraidrocannabinolo): passando dal precedente 0,3% allo 0,2%. Questo provvedimento, che appare riduttivo ai fini di un presunto controllo della produzione di sostanze stupefacenti, essendo le varietà da droga dotate di un contenuto in THC spesso superiore al 10%, sembra aver avuto l'unico effetto di escludere dal mercato le varietà da fibra ungheresi, che superavano di poco il nuovo limite. Un altro impedimento è stato rappresentato dall'assenza di utilizzatori riconosciuti e inclusi nell'elenco dei primi trasformatori della materia prima, che non consente ai produttori di vendere in tempi brevi e a prezzi interessanti il loro raccolto.
La mancanza di seme delle varietà Carmagnola, CS e Fibranova, tutte varietà italiane incluse nell'elenco delle coltivazioni di canapa ammesse ad ottenere i contributi comunitari, ha ulteriormente ostacolato le scelte dei canapicoltori, che sono stati costretti ad acquistare all’estero e ad affidarsi a contratti sfavorevoli.
La disponibilità di seme è oltretutto condizionata da esigenze di programmazione delle attività di moltiplicazione, dalla scarsa terminabilità delle sementi stoccate per più di 6 mesi ed anche dalle continue variazioni delle norme comunitarie. Tutto questo rende molto arduo poter programmare per più anni le superfici da destinare alla coltura della canapa.Ad oggi registriamo la costruzione di un impianto di stigliatura a Comacchio (Fe), che và ad aggiungersi ad un altro che opera da qualche tempo a Guastalla. Nel 2003, grazie ai contratti di ritiro stipulati con gli agricoltori, sono stati messi a coltura circa 1000 ha di canapa, prevalentemente in Emilia Romagna.
Ad oggi registriamo l’avvio di un progetto pilota sulla macero stigliatura, TOSCANAPA, che mette in grado aziende e ricercatori di costruire impianti innovativi e di trasferire le conoscenze acquisite su scala produttiva industriale.
Ad oggi registriamo l’approvazione della legge regionale n°12/2002 in Toscana che, prima nel suo genere, prevede il finanziamento di un progetto pilota di filiera ed altre misure di sostegno per l’avvio del sistema agro industriale.

La vera storia: perchè la marijuana fu proibita

da www.luogocomune.net
di Massimo Mazzucco



La marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp (inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una storia lunga almeno quanto quella dell'umanità. Unica pianta che si può coltivare a qualunque latitudine, dall'Equatore alla Scandinavia, ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso, circa l'80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di combustibile di cui l'umanità abbia mai fatto uso.
E poi, cosa è successo? E' successo che in quel periodo è avvenuto il clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell'agricultura, e di questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.


I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil - Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per formare un'alleanza sufficientemente forte per batterlo.


L'unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso di quelle dimensioni risultò la messa al bando totale. L’illegalità. Partì quindi un'operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa ed efficace ("droga del diavolo", "erba maledetta" ecc. ), grazie agli stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla manovra, contribuendo in maniera determinante a porre il sigillo alla bara della cannabis.

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa (non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso "Marijuana Tax Act" del 1937, tutt'ora in vigore, non sapevano che marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per l'occasione.

Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti marchi originali Dupont), il mercato dell'automobile si indirizzava definitivamente all'uso del motore a benzina (il primo motore costruito da Diesel funzionava con carburante vegetale), e Hearst iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che generosamente si offriva di porre rimedio all'improvviso “vuoto di mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis stessa.

E le "multinazionali" di oggi, che influenzano fortemente tutti i maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di quella storica alleanza, nata negli anni '30, fra le grandi famiglie industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l'affare del secolo.

La canapa: una risorsa pulita per un'economia sostenibile

da www.usidellacanapa.it



Si parla sempre molto di ambiente, ma se ne parla anche molto a sproposito. Infatti, nonostante i tanti dibattiti, quando c'è una possibilità di sostituire il petrolio con materie prime naturali e rinnovabili, nessuno se ne accorge [...] Certo, è molto difficile oggi immaginare un'economia sviluppata che possa fare a meno del petrolio, dei milioni di alberi abbattuti ogni anno per fare la carta, e dei prodotti dell'industria chimica. Ed è altrettanto difficile immaginare una società affluente senza le montagne di rifiuti, l'inquinamento e gli altri danni all'ambiente a cui siamo da tempo abituati.
Eppure una concreta e fondata speranza esiste: questa speranza ci viene dalla canapa. Con le materie prime della canapa si possono produrre, in modo pulito ed economicamente conveniente, tessuti, carta, plastiche, vernici, combustibili, materiali per l'edilizia ed anche un olio alimentare di altissime qualità. La canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche conosciute fin dall'antichità sia in Oriente che in Occidente. In Cina essa era usata fin dalla preistoria per fabbricare corde e tessuti, e più di 2000 anni fa è servita per fabbricare il primo foglio di carta. Nel Mediterraneo già i Fenici usavano vele di canapa per le loro imbarcazioni. E nella Pianura Padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall'epoca romana [...]
Una importante caratteristica della pianta di canapa è la sua produttività. E' una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata: una coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno. Molti contadini vogliono riprendere a coltivare la canapa se non altro perchè, data la sua velocissima crescita, essa sottrae la luce e soffoca tutte le altre erbe presenti sul terreno, e lo libera quindi da tutte le infestanti meglio di quanto non sappiano fare i diserbanti.

Ecco che cosa si può ricavare dalla canapa:

TESSUTI - La pianta di canapa, più produttiva in fibra tessile del cotone, oggi può essere lavorata in impianti che sostituiscono le lunghe e faticose lavorazioni manuali di un tempo. La sua coltivazione richiede pochi pesticidi e fertilizzanti, mentre il cotone specialmente di pesticidi ne richiede moltissimi. Inoltre la fibra della canapa è molto più robusta e dura più a lungo. Attualmente può essere lavorata in modo da renderla sottile quanto si vuole, e viene proposta in sostituzione del cotone e delle fibre sintetiche.

SEMI E OLIO - La canapa, oltre che per la fibra tessile può essere coltivata per ricavarne i semi. I semi di canapa contengono proteine di elevato valore biologico nella misura del 24 %, ed un olio nella percentuale dal 30 al 40 %. Per il loro valore nutritivo i semi di canapa sono stati proposti come rimedio alla carenza di proteine dei paesi in via di sviluppo.
Le qualità dell'olio di canapa sono eccezionali. E' particolarmente ricco di grassi insaturi ed è l'ideale per correggere la dieta dell'uomo moderno e per prevenire le malattie del sistema cardiocircolatorio. Altrettanto straordinarie sono le proprietà di questo olio per gli usi industriali: non a caso è stato paragonato all'olio di balena. Le vernici fabbricate con questa materia prima, oltre a non essere inquinanti, sono di qualità incomparabilmente superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati del petrolio. Con l'olio di canapa si possono inoltre fabbricare saponi, cere, cosmetici, detersivi (veramente biodegradabili), lubrificanti di precisione ecc.

CARTA - Una volta estratta la fibra tessile o dopo aver raccolto di semi, rimangono la stoppa più la parte legnosa o canapolo, che non si possono considerare solo un semplice sottoprodotto, ma un'altra importante materia prima. Con la stoppa si può fabbricare carta di alta qualità, sottile e resistente. Con le corte fibre cellulosiche del legno si può produrre la carta di uso più corrente, come la carta di giornale, i cartoni ecc.
Fare la carta con la fibra e il legno della canapa comporta importanti vantaggi: innanzitutto per la sua enorme produttività in massa vegetale, e poi perchè la si può ottenere da un'unica coltivazione insieme alla fibra tessile o ai semi.
Un altro grosso vantaggio della canapa è costituito dalla bassa percentuale di lignina rispetto al legno degli alberi, che ne contengono circa il 20 % anzichè il 40 %.
Attualmente le grandi cartiere utilizzano solo il legname degli alberi. Il processo per ottenere le microfibre pulite di cellulosa, e quindi la pasta per la carta, prevede l'uso di grandi quantità di acidi che servono per sciogliere il legno. Questa operazione, ad un tempo costosa ed inquinante, non è necessaria con la carta di canapa ottenuta dalla sola fibra, e per quanto riguarda il legno di acidi ne servono meno della metà. Inoltre la fibra e il legno della canapa sono già di colore bianco e la carta che se ne ottiene è già stampabile. E per renderla completamente bianca è sufficiente un trattamento al perossido di idrogeno (acqua ossigenata), invece dei composti a base di cloro necessari per la carta ricavata dal legno degli alberi. Questi composti chimici sono una delle cause principali dell'assottigliamento dello strato di ozono nell'alta atmosfera.

TAVOLE - Con i fusti interi della canapa, pressati con un collante, si possono fabbricare tavole per l'edilizia e la falegnameria in sostituzione del legno, che sono di grande robustezza, flessibilità ed assai più leggere.

MATERIE PLASTICHE - Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili che, se in molti casi non possono competere con le sofisticate materie plastiche di oggi, hanno comunque fin dall'inizio una serie di usi importanti per imballaggi, isolanti e così via.

COMBUSTIBILI - La canapa, per la sua alta resa in massa vegetale, è considerata anche la pianta ideale per la produzione di combustibili da biomassa in sostituzione dei prodotti petroliferi. Bruciare combustibili da biomassa anzichè petrolio non fa aumentare l'effetto serra. Infatti l'anidride carbonica viene prima sottratta all'atmosfera durante la crescita della pianta, e poi restituita all'aria al momento della combustione. In questo modo la quantità di anidride carbonica dell'atmosfera non aumenta, al contrario di quello che succede se si bruciano idrocarburi fossili.

martedì 4 maggio 2010

Orizzonte Nero

da www.greenpeace.org


Sei domande per capire il disastro della Deepwater Horizon in Louisiana



“It turns out, by the way, that oil rigs today generally don’t cause spills. They are technologically very advanced.”
(Risulta poi, tra l’altro, che oggi le piattaforme petrolifere generalmente non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate.)
Barak Obama - 2 aprile 2010


Dopo tante promesse di “rivoluzione verde” e Green Economy, agli inizi di aprile 2010, Barak Obama ha ridato il via alle esplorazioni petrolifere offshore negli USA, dopo una lunga moratoria. Un pedaggio pagato alle lobby petrolifere per far passare un “Climate Bill” (la legislazione per la riduzione delle emissioni di gas serra) che riduce le emissioni degli USA solo del 4% rispetto al 1990 (anno di riferimento del Protocollo di Kyoto). Obama è stato subito ripagato da BP (che non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum, cioè “Oltre il Petrolio”!) con una marea nera che lascerà il segno. Vediamo di capire come e perché.


1. Un incidente senza precedenti? Falso!

La moratoria alle estrazioni petrolifere offshore negli USA non è cominciata per caso. Nel 1969 esplodeva infatti la piattaforma Santa Barbara (California): in dieci giorni, furono rilasciate in mare 12-13.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Dieci anni dopo era la volta della Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex: 450-480.000 tonnellate di petrolio furono rilasciate in mare nell’arco di oltre 9 mesi, nel Golfo del Messico. E’ il maggior rilascio di petrolio in mare mai registrato, con danni anche negli USA che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri pesanti rilasci di petrolio furono causati dalle 30 piattaforme danneggiate o affondate dall’uragano Katrina, nel 2005: proprio in Louisiana.


2. Una tecnologia all’avanguardia? Falso!

La piattaforma Depwater Horizon non è della BP, che l’ha affittata dalla Transocean, alla modica cifra di 500,000 US$ al giorno. Con quella stessa cifra, la BP avrebbe potuto acquistare, e utilizzare, un sistema di bloccaggio del pozzo “a distanza” (azionabile con un sistema acustico, dalla superficie). Perché questo utile congegno, obbligatorio in Norvegia e in Brasile, non è stato utilizzato in una piattaforma assolutamente all’avanguardia (come sostiene la stessa BP)? L’uso di questo congegno è stato a lungo dibattuto negli USA, almeno dal 2000. Ma, dopo forti pressioni della lobby petrolifera, nel 2003 lo US Mineral Management Service concludeva che “questi sistemi non sono raccomandati perché tendono a essere troppo costosi”. Certo, mezzo milione di dollari sono una bella cifra: ma sono appena il costo dell’affitto giornaliero di una piattaforma. E nel primo quadrimestre 2010 la stessa BP, che ha fatto profitti per quasi 6 miliardi di dollari, per attività di lobby al Congresso USA ha speso non meno di 3,5 milioni di dollari.


3. Mille barili al giorno di petrolio in mare? Falso!

Non sappiamo ancora quanto petrolio stia rilasciando in mare la Deepwater Horizon. Sappiamo che BP ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (c.a. 135 tonnellare).
Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Administration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (c.a. 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di “It turns out, by the way, that oil rigs today generally don’t cause spills. They are technologically very advanced.”
(Risulta poi, tra l’altro, che oggi le piattaforme petrolifere generalmente non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate.)
Barak Obama - 2 aprile 2010
150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate). Queste cifre devono essere moltiplicate per la durata dello sversamento. Dopo il fallito tentativo di chiudere le valvole della testa di pozzo con un robot filoguidato (ROV, remote operated vehicle) adesso BP cerca di intrappolare la perdita sotto una cupola di cemento. In ogni caso ci vorrà tempo, bisognerà tagliare la condotta (che sta perdendo petrolio in almeno tre punti) e le perdite di petrolio, che fuoriesce anche da fessurazioni nel fondo marino, saranno bloccate solo scavando un altro pozzo (a mezzo miglio di distanza) per “togliere pressione” al pozzo in perdita. Ci vorranno mesi: Ixtoc 1 è esploso nel giugno 1979 ed è stato chiuso solo nel marzo 1980.


4. BP pagherà tutti i danni? Falso!

Sui media si legge che BP avrebbe già dichiarato che si assume tutte le responsabilità e che pagherà tutti i danni. Non è vero: BP ha dichiarato che pagherà tutte le perdite economiche accertate e quantificabili. Probabilmente non è poca cosa: già i pescatori (soprattutto ostriche e gamberi) si stanno attrezzando per organizzare una “class action” (azione legale collettiva) per chiedere a BP almeno 5 miliardi di dollari. Altri danni economici potrebbero essere richiesti dal settore turistico: già solo la pesca sportiva in mare, da quelle parti è un bussiness da oltre 700.000 di dollari l’anno (oltre 7.700 posti di lavoro). Tuttavia, i precedenti ci dicono che difficilmente BP pagherà i danni ambientali che sta causando.
Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989) la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come ammenda (anche per risarcire i danni ambientali). Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere (e le loro assicurazioni) difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.


5. Gli ecosistemi torneranno presto alla normalità? Falso!

Gli effetti di disastri petroliferi come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie. A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (2- butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni (o morte) dei feti.
L’uso di disperdenti può ridurre l’impatto sugli uccelli (che vengono “soffocati” dal catrame) ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Spesso è una decisione che si prende per motivi di “pubbliche relazioni” (gli uccelli incatramati fanno sensazione) che è come nascondere l’immondizia sotto il tappeto visto che l’effetto sui pesci è poco visibile. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già decimata
dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli USA…) il bando del commercio internazionale. Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia).
Lungo la fascia costiera del Golfo del Messico, negli USA ci sono oltre 2 milioni di ettari di zone umide, con oltre 400 specie a rischio. Il Governatore della Louisiana ha dichiarato che la marea nera minaccia almeno 14 Aree Protette. Tra le specie in pericolo ci sono varie specie di rettili (tartarughe e alligatori), lontre, pellicano bruno (il simbolo della Louisiana) e decine di specie di uccelli migratori, canori e limicoli. E’ difficile stimare in quanto tempo gli ecosistemi si riprenderanno: tra l’altro, l’evento è purtroppo in corso e non abbiamo una stima precisa né dell’area colpita né dei quantitativi di petrolio sversato.
Tuttavia, il caso della Exxon Valdez ci ricorda che dopo oltre vent’anni gli effetti sono ancora evidenti e le sostanze tossiche rilasciate con le 37.000 tonnellate di petrolio allora sversate sono ancora in circolazione. Se la Deepwater Horizon sta davvero rilasciando oltre 3.000 tonnellate di petrolio al giorno, già adesso (6 maggio) lo sversamento potrebbe essere di circa 48.000 tonnellate.
Particolare importanza ha anche il periodo della stagione in cui avviene lo sversamento: quello della Exxon Valdez avvenne durante la stagione di riproduzione delle aringhe del Pacifico e lo stock non si è ancora ripreso.


6. Basta usare le migliori tecnologie per evitare questi disastri? Falso!

L’idea che incidenti come questo siano causati dall’incuria e dalla cupidigia delle lobby petrolifere non è errata, ma affronta solo parte della realtà. Questi incidenti, che sono più frequenti di quanto non riferiscono i media (lo scorso gennaio, a Port Hartur (USA) c’è stato un “major oilspill” di cui non abbiamo mai sentito parlare…) dipendono da “fattori” come uragani, errore umano, malfunzionamento delle tecnologie e altri imprevisti. Ce ne saranno sempre. Le statistiche poi ci dicono che, per quanto appariscenti, le maree nere sono un contributo minoritario all’inquinamento da petrolio in mare: i lavaggi delle cisterne e le fonti terrestri sono un problema ben maggiore anche se “localmente” meno acuto. Per eliminare questi pericoli, e per combattere il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani (entrambi conseguenza dell’aumento atmosferico della CO2 causato dai combustibili fossili), l’unica soluzione è smettere di cercare, trasportare e usare questi prodotti. Settori sempre più ampi dell’industria si sono ormai appropriati degli scenari della “Rivoluzione Energetica”, descrivendo percorsi realistici che in un futuro prossimo ci permetteranno di lasciar perdere lo sporco petrolio (e fonti non meno pericolose come carbone e nucleare) passando alle energie rinnovabili (solare ed eolico) e all’efficienza energetica. Yes, We can.

venerdì 23 aprile 2010

Buon profeta Jonathan

da http://espresso.repubblica.it
22 febbraio 2010
di Umberto Veronesi


Il grande oncologo spiega perché mangiare carne è una follia


Roberto Saviano
ha 31 anni, Jonathan Safran Foer ne ha 32. L'autore italiano di 'Gomorra' e l'autore americano di cui sta ora per uscire anche in Italia l'appassionato 'Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?' che ha già suscitato in America violente polemiche, a mio giudizio hanno in comune la rara capacità di fare gli scrittori entrando nel vivo di realtà scomode. Forse bisogna pensare ad Emile Zola, per trovare un precedente. Apparentemente si occupano di cose molto diverse, perché Saviano fa un reportage sulla società egemonizzata dalla camorra, mentre Safran Foer fa un'inchiesta sul mondo semisconosciuto degli allevamenti di animali da carne, ma entrambi ci comunicano l'esistenza di nuclei di 'non-mondo', dove la violenza di un modello di profitto (illegale il primo, formalmente legale il secondo) cancella in qualche modo l'idea di umanità.
Perché? Perché tutto diventa una macchina per far soldi, e se alla camorra non importa svuotare la democrazia, all'industria della carne non importa svuotare le prospettive di sopravvivenza del nostro pianeta. I dati a nostra disposizione sono sinistramente chiari, e non è inutile ricordarli. Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui, poi c'è stata una crescita accelerata.
Nel 1900 la popolazione era già quasi raddoppiata, con 1 miliardo e 600 milioni di persone. Ora siamo arrivati a quasi 7 miliardi, e si presume che nel 2025, cioè tra appena quindici anni, sulla Terra ci saranno 10 miliardi di uomini. Che fare?

I Paesi del Terzo Mondo sospettano le nazioni del benessere di voler imporre la denatalità, e io, per conto mio, sono convinto che bisogna ben guardarsi da tentazioni demografiche odiose. Sono però altrettanto convinto che siamo ormai arrivati a un punto di rottura, e che - oggi, e non domani - bisogna fare una scelta tra il nutrire gli uomini e nutrire gli animali per consumarne la carne. Altrimenti sarà la fame, e insieme con la fame, la guerra. Non dimentichiamo poi un'altra sciagura che sovrasta il nostro pianeta, cioè il progressivo riscaldamento dell'atmosfera, che può arrivare a sconvolgere gli equilibri, con conseguenze inimmaginabili. L'allevamento industriale di animali da macello è il primo responsabile del riscaldamento terrestre, ed è tra le prime due o tre cause di tutti i problemi ambientali più gravi, come l'inquinamento dell'aria e dell'acqua e la distruzione delle foreste. E allora?


Allora bisogna prendere la decisione, motivata e razionale, di cambiare modello. Non è impossibile. Gli scienziati sono d'accordo che la fame nel mondo non è una questione di produzione, ma di distribuzione delle risorse. Tecnicamente sarebbe possibile nutrire tutta l'umanità se si fa la scelta vegetariana. Volete un dato convincente? Un chilo di carne sulla nostra tavola ha richiesto 20 mila litri di acqua, proprio quel cosiddetto 'oro azzurro' che oggi noi impieghiamo (e sprechiamo) con la massima tranquillità e indifferenza, e che domani potrebbe addirittura venir razionato su scala mondiale, come sanno già a loro spese quelle aree del pianeta dove l'acqua è rara e preziosa.

Io, cresciuto in una cascina dove vedevo pulcini e vitellini e non mi sapevo adattare all'idea che poi venissero uccisi, sono vegetariano per scelta etica, e non posso impedirmi di vedere dietro una bistecca o una salsiccia le sofferenze e la morte di creature viventi. E c'è dell'altro, puntualmente presente nella non-fiction di Safran Foer, in realtà una superba inchiesta sul campo che mostra tutti gli orrori degli allevamenti e delle macellazioni: gli americani consumano ogni anno quattro milioni di chili di antibiotici, mentre per trattare gli animali da macello ne vengono impiegati trentotto milioni di chili, il che significa in pratica, per la legge della catena alimentare, che si consuma carne inzeppata di antibiotici, con quali risultati per la salute umana è facile immaginarlo, a partire dalla selezione di ceppi di germi resistenti agli antibiotici stessi.

Chiudo con un'annotazione. Il loro nome è animali, ma noi non gli riconosciamo l'anima, qualunque cosa essa sia. Riconosciamogli almeno la capacità di esseri 'senzienti'. Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l'angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle 'cose'. Sottomesse all'inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e ritorna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza rimorso e anzi placidamente, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento.

mercoledì 16 dicembre 2009

Copenhagen e le 3 apocalissi del sistema

da www.iarnoticias.com
13 dicembre 2009
di Manuel Freytas



In tutti i summit sul “cambiamento climatico” come quello di Rio, Johannesburg, o l’attuale di Copenaghen, si parla solo di “impatto ambientale”, di “emissioni inquinanti” che distruggono il pianeta, senza scavare nelle radici e la causalità del sistema capitalista che li produce. Questa omissione (complice e cosciente) permette di parlare della “vittima” (il pianeta e la maggior parte dell’umanità) senza identificare il “criminale” (i gruppi e le aziende capitaliste che concentrano attività e fortune personali depredando e distruggendo irrazionalmente il pianeta).
Nell’attuale disegno dell’economia mondiale transnazionale” non sono (come prassi) nè i governi nè i paesi che decidono quanto si produce e per chi si produce su scala mondiale, ma le corporazioni e le banche transnazionali che hanno il controllo sulle tre strutture economiche basiche del sistema capitalista: La struttura della produzione, la struttura della commercializzazione e la struttura finanziaria.

Nel sistema capitalista (livellato come “civiltà unica”) la produzione e la commercializzazione di beni e di servizi (essenziali per la sopravvivenza umana), si trovano nelle mani di corporazioni private che controllano dalle risorse naturali (tutela ambientale) fino ai sistemi economici produttivi (ambiente sociale) al di sopra della volontà dei governi e dei paesi.

Questo implica, in primo luogo, che non sono gli Stati ma le aziende capitaliste (i padroni privati degli Stati) che decidono quando, come e dove( e senza nessuna considerazione strategica di impatto ambientale globale) installare una fabbrica o un conglomerato industriale inquinante orientato (prima di tutto) a produrre ricchezza privata al costo della distruzione del pianeta.

Nei “summit” come quello di Rio, Johannesburg- per citarne alcune dei 14 che già sono stati realizzati- o l’attuale di Copenaghen (COP15), si parla solo di “impatto ambientale”, di “emissioni inquinanti” che distruggono il pianeta, senza approfondire sulle radici e le causalità del sistema che le produce.

Questa omissione (complice e cosciente) permette di parlare della “vittima”(il pianeta e la maggior parte dell’umanità) senza identificare il criminale (gruppi ed aziende capitaliste che concentrano attivi e fortune personali depredando e distruggendo irrazionalmente il pianeta).

I suoi relatori, gli scienziati e funzionari che “allertano” sulla catastrofe ambientale, non lo rapportano alla proprietà privata capitalista, con la ricerca di reddito e di concentrazione di ricchezza in poche mani, con la società del consumo e con le multinazionali e le banche che controllano le risorse naturali ed i sistemi economici produttivi senza pianificazione ed orientati solo al guadagno privato in tutto il pianeta.

Il sistema capitalista, come azione e come risultato è irrazionale, non pianificato e (salvo la ricerca di guadagno e di concentrare della ricchezza in poche mani) privo di logica strategica per preservare e proteggere razionalmente al pianeta dalla sua stessa azione depredatrice e distruttiva.

Quando un’azienda (sia locale o transnazionale) inizia un' opera industriale non comincia da uno studio sull’impatto ambientale che produce, ma da uno studio sul costo-beneficio commerciale e una proiezione assicurata di guadagno per i suoi azionisti.

Questo agire irrazionale(individualista e non pianificato) del sistema dominante è matematico ed ha un’azione-reazione emergente sull’economia, sull’umano e sull'ambiente che lo circonda.

L’irrazionalità (la non considerazione di effetti collaterali nocivi e/o distruttivi che possono emergere) trasforma le aziende capitaliste in predatrici dell' ambiente (fiumi, fauna compresi gli animali) per il semplice fatto che non agiscono seguendo interessi sociali generali (preservare il pianeta e le specie), ma la ricerca di interessi particolari (preservare il reddito e la concentrazione della ricchezza privata).

E la giustificazione sociale (creare “fonti di lavoro”) che usano risulta anche irrazionale, dato che per “dare lavoro” non solo creano povertà in massa per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma distruggono anche l’ambiente e le risorse naturali del pianeta per provvedere alla loro ricchezza e benessere economico per i pochi che integrano l’esclusiva piramide degli utili aziendali in alta scala.

Per quanto riguarda la portata distruttiva, per effetto dell’irrazionalità, basti citare l’esempio dell’azienda di carta Botnia, in Uruguay: la transnazionale, dando come motivazione il “creare fonti di lavoro” a 300 persone, ha inquinando in 24 ore il Rio Uruguay, che divide l' Uruguay dall’Argentina e il cui corso d’acqua ha un impatto su tutto il sistema acquifero ed ambientale della regione. Riassumendo, i capitalisti di Botnia avvelenano tutta una regione per aumentare le fortune e le entrate degli azionisti privati delle aziende.

Questo spiega chiaramente perché a Copenaghen si parla degli effetti (la vittima) ma non delle cause (il criminale).

Di conseguenza, e a partire da questa distorsione iniziale, quelli che promettono “lotte e obiettivi” per salvare il mondo dalla catastrofe globale, sono gli stessi Stati ed aziende capitaliste che stanno causando (con il loro agire depredatore irrazionale) quello che già si proietta come un’Apocalisse naturale a tasso fisso.

Le tre Apocalissi.



Può il sistema capitalista (criminale) salvare la sua stessa vittima (il pianeta inclusi noi) da una catastrofe annunciata?

Potrebbe, ma prima dovrebbe rinunciare alla sua stessa natura: La produzione orientata solo all’accumulo di ricchezza in poche mani. Cioè, passare dall’economia irrazionale (con scopi privati) all’economia pianificata (con scopi sociali) che permetta una prevenzione ed un controllo planetario dell' ambiente.

Non sognare: Se il sistema capitalista ferma la sua dinamica di reddito assicurato (più del 70% della produzione è orientata solo al consumo superfluo di chi può pagare), il pianeta scoppierebbe socialmente per la disoccupazione in massa e per il caos alimentare che causerebbe.

E se questo sistema non ferma la sua dinamica, il pianeta (in base alle proiezioni scientifiche) esploderà naturalmente per l'azione del cambiamento climatico.

Il sistema capitalista è fondato sulla matematica (somma e sottrazione) ed un assioma originale per costruire il plusvalore: Comprare a basso prezzo e vendere caro. Anche se per questo deve condannare alla fame e alla povertà una massa maggioritaria (e crescente) di esseri umani e distruggere il pianeta che li contiene.

E le Tre Apocalissi che stabiliscono i paesi emergenti e in declino (ma controllato) del sistema dominante arrivano anche per accumulazione matematica.

L’Apocalisse sociale arriva per l’accumulo matematico di affamati, disoccupati e poveri su scala mondiale.
L’Apocalisse naturale arriva per l’accumulo matematico della distruzione dell' ambiente su scala planetaria.
L’Apocalisse nucleare arriva per accumulazione matematica dei conflitti militari (intercapitalisti) per la sopravvivenza delle potenze all'interno del sistema.

In questo scenario, l’Apocalisse non deve interpretarsi come una profezia o una teoria cospiratrice, ma come uno svolgimento logico di un processo di contraddizioni, di accumulazione e di un salto qualitativo determinato dalle stesse leggi che reggono l’azione storica del sistema capitalista.

Gli scienziati e funzionari che sono presenti al summit di Copenaghen, sono lì solo per l’accumulazione matematica dei discorsi (vuoti di concreto) che la stampa del sistema diffonde come se fossero parte di un campionato mondiale sportivo.

E il pianeta (con noi dentro ed in mano alla demenza del sistema capitalista) accumula solo Apocalissi matematiche implicite nella loro natura depredatrice e criminale.

Si tratta di riconvertire i piani biblici della Profezia: Dove dice “Dio” bisogna dire “Sistema” e dove dice “Diavolo” bisogna dire “Capitalismo”. Da ogni strada si arriva all’Apocalisse.

Lo prenda, se vuole, come uno scetticismo razionale, ma il risultato (come il sistema capitalista) è matematico: Resta solo da scegliere il viaggio che più le conviene.

lunedì 14 settembre 2009

Trovata la nave dei rifiuti radioattivi

da www.repubblica.it
12 settembre 2009
di Anna Maria De Luca




CETRARO (Cosenza) - E' lei. E' la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E' come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici. E la nave sarebbe una delle tre fatte sparire nei nostri mari con il loro carico mortale.
La verità è venuta fuori oggi pomeriggio: ora ci sono le foto scattate nei fondali da un robot inviato lì sotto dalla Regione Calabria. Sono abbastanza nitide. Si vede un mercantile adagiato su una fiancata lunga dieci metri, coperto da reti, costruito dopo gli anni Cinquanta. Si vede la prua squarciata e il fusto che fuoriesce. Sono foto importantissime, che abbiamo rischiato di non avere mai.

"E' un risultato - spiega il Procuratore Capo della Repubblica di Paola, Giordano Bruno - al quale siamo arrivati grazie al sostegno dell'assessorato all'ambiente della Regione Calabria che ha mobilitato uomini e risorse economiche per questo". Sì, perché in Procura spesso non arrivano neanche i soldi per comprare la carta per le fotocopie, figuriamoci per finanziare un'operazione cosi complessa. "Sono contentissimo - continua Bruno - ma anche triste: speravo di sbagliarmi. Quella che fino a ieri poteva essere una ipotesi diventa ora un fatto concreto e rivela un progetto tanto macabro da lasciare sconcertati".

Ora le indagini proseguiranno e sono davvero tanti gli interrogativi da sciogliere. "A quella profondità - dice il Procuratore Capo - la pressione è tale che non si sa fino a che punto dei fusti possano reggere senza spargere il loro contenuto in mare. E non sappiamo quanto siano isolati".

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina militare, nella zona - siamo a venti miglia al largo di Cetraro (Cs) - non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. Ma di battaglie pare ce ne siano state ben altre nei nostri mari, diventati il tavolino dove politica e mafia giocano le loro partite di soldi e di potere.

Certo, per avere la certezza matematica di cosa ci sia in quei fusti occorre aspettare che vengano tirati fuori dall'acqua e analizzati. Ma a questo punto il quadro sembra completo anche in considerazione della presenza di un'altra nave nei fondali di Amantea, la Jolli Rosso e del recente ritrovamento in zona di una collina di rifiuti radioattivi. Per non parlare dell'aumento dei tumori sulla costa, sui quali indaga proprio la Procura di Paola.

Quali saranno i prossimi passi? "Il robot - spiega il procuratore Bruno - non è potuto entrare nelle stive. Ora servirà usarne un altro, con un supporto più "morbido" capace di fotografare anche l'interno. Il nostro lavoro continua.

lunedì 7 settembre 2009

Una montagna di balle

Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers, ha documentato la cosidetta emergenza rifiuti Campana per svelarne gli ingranaggi, individuare responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dellEuropa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l'assalto ai fondi pubblici, le zone d'ombra della democrazia, il boicottaggio della differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative.

E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti!?
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Da un'idea di Sabina Laddaga, Maurizio Braucci e Nicola Angrisano con la voce narrante di Ascanio Celestini con le musiche di Marco Messina Regia di Nicola Angrisano

Una Montagna Di Balle from spazzatour on Vimeo.

http://docutrashfilm.noblogs.org

sabato 6 giugno 2009

Yann Arthus-Bertrand: Home

5 giugno: in occasione della giornata mondiale per l'ambiente esce contemporaneamente in 87 paesi HOME, un documentario su ambiente e cambiamenti climatici di Yann Arthus-Bertrand prodotto da Luc Besson.
HOME è un inno alla bellezza del pianeta e alla sua delicata armonia. Attraverso i paesaggi di 54 paesi catturati dall'alto, Yann Arthus-Bertrand ci porta a compiere un viaggio unico attorno al pianeta, per contemplarlo e per capirlo. Ma HOME è più di un documentario con un messaggio. Ogni scatto mozzafiato mostra la Terra come non l'abbiamo mai vista prima. Ogni immagine mostra i tesori della terra che stiamo distruggendo e tutte le meraviglie che possiamo ancora preservare. "Dal cielo, non c'è il bisogno di tante spiegazioni". La nostra visione diventa più immediata, intuitiva ed emotiva. HOME ha un impatto su chi lo vede. Si risveglia in noi la consapevolezza che è necessario cambiare il nostro modo di vedere il mondo.