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sabato 17 aprile 2010

Secondo il premier «Gomorra e Saviano promuovono la mafia»

da http://www.ilsole24ore.com



La Piovra e Gomorra come enti di promozione della mafia nel mondo, dal momento che l'organizzazione criminale risulta sesta in classifica, ma senz'altro prima per notorietà nel mondo. Miscelando i dati degli osservatori istituzionali agli indicatori mediatici, Silvio Berlusconi è tornato a criticare i programmi basati sul storie di criminalità organizzata. La sua avversione per "La Piovra" era nota, oggi, dalla sala stampa di Palazzo Chigi, in "black list" finisce anche Roberto Saviano.

Il presidente del Consiglio, con i ministri di Interno e Giustizia al suo fianco, osserva che la mafia ha goduto di «un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un fatto di giudizio molto negativo per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto».

Inevitabili le polemiche. Secondo l'ex procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi Vigna, le dichiarazioni di Berlusconi contro "Gomorra" sono «improprie perché il libro di Saviano ha aperto gli occhi a gran parte dell'opinione pubblica sulla camorra». Gomorra, continua l'ex procuratore nazionale Antimafia, «è molto utile. Certe cose non le sapevo e anche gli addetti ai lavori ne sapevano meno di quanto esposto con una prosa molto bella». Attacchi al premier anche da sinistra. «È davvero assurdo quanto dichiarato per l'ennesima volta oggi dal premier a proposito di Gomorra e Saviano. Manca solo che ora si metta ad accusare i magistrati, le forze dell'ordine e le associazioni anti racket e tutti coloro che combattono e lottano contro la criminalità organizzata», ha commentato la presidente del gruppo pd a palazzo madama, Anna Finocchiaro. Polemico Walter Veltroni: «Roberto Saviano - ha detto l'ex segretario del Pd - è uno dei protagonisti della lotta alle mafie e il presidente del consiglio del nostro Paese avrebbe il dovere di rispettarlo e non di attaccarlo e isolarlo».

E Antonio Di Pietro ha chiesto al premier pubbliche scuse. «Berlusconi - dice Di Pietro - si scusi con Saviano che rischia la vita per le sue denunce e a tutti quegli operatori di giustizia che, nonostante le minacce in stile mafioso fatte da un Presidente del Consiglio, hanno ancora oggi il coraggio di tenere alto il senso dello Stato e delle istituzioni. Tra l'altro è singolare che Berlusconi parli di successi del governo nella lotta alla criminalità nel giorno in cui è stata chiesta la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa per il suo luogotenente Marcello Dell'Utri. Infatti, se fosse stato realmente interessato alla lotta alla mafia, non lo avrebbe candidato per assicurargli l`impunità. Così come non avrebbe dovuto impedire l`arresto del suo sottosegretario Nicola Cosentino. Berlusconi, quando parla di lotta alla criminalità, farebbe bene a guardarsi allo specchio e darsi una ripulita».

venerdì 26 marzo 2010

lunedì 22 marzo 2010

Il boss ordinò: "votate Silvio"

da http://espresso.repubblica.it
18 marzo 2010
di Lirio Abbate



Registrata dagli inquirenti una riunione degli uomini di Messina Denaro alla vigilia delle elezioni 2006: 'Se vincono i comunisti ce ne dobbiamo andare'

In una cittadina del trapanese gli uomini del boss stragista Matteo Messina Denaro si appartano in un angolo di un'autofficina e parlano delle direttive del capomafia, dei messaggi che ha fatto arrivare dalla sua latitanza e le indicazioni politiche da seguire. Le microspie registrano le conversazioni. Sono alla vigilia delle elezioni politiche dell'aprile 2006 e Cosa nostra manda in campo i suoi uomini nel trapanese per dar sostegno alle liste di Silvio Berlusconi. La conversazione tenuta segreta fino adesso dalla Procura di Palermo è chiara sulle posizioni politiche dei clan. I pretoriani di Matteo Messina Denaro commentano che sono "finiti i tempi dei comunisti", alludendo ai partiti della sinistra, e per questo motivo i mafiosi si organizzano per contribuire a far tornare il governo Berlusconi. Il centrosinistra guidato da Prodi vince le elezioni con uno scarto minimo di voti sul Cavaliere. Ma a Trapani il successo del centrodestra è netto per entrambe le Camere.

La conversazione dei mafiosi viene registrata la mattina del 6 marzo 2006 e i fedelissimi del capomafia accusato di omicidi e delle stragi del 1993 di Milano, Roma e Firenze, commentano negativamente il ritorno dei 'comunisti'. Sembra una riunione elettorale con i massimi esponenti di Cosa nostra che tifano per il Cavaliere. I favoreggiatori del latitante ripetono spesso che l'eventuale vittoria della sinistra li avrebbe "consumati". Le conversazioni vengono captate dalla polizia di Stato impegnata nelle indagini sulla latitanza dell'uomo che adesso è ritenuto al vertice di Cosa nostra. Le microspie sono piazzate nell'autofficina del fidato Leonardo Ippolito, arrestato lunedì scorso su ordine dei pm della Dda di Palermo. Sono a Castelvetrano, nel cuore del regno del latitante.

Con Ippolito è finito in manette anche Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo, il quale aveva costituito la base operativa dei favoreggiatori proprio nell'autofficina. Ippolito, dopo aver appreso le direttive politiche imposte da Matteo, commenta che "le leggi non sono più come una volta..." e aggiunge che "ora le cose sono cambiate..." e invita gli altri mafiosi a sostenere Berlusconi. L'uomo di cui si fida Messina Denaro insiste sul fatto che "se tornano i comunisti" i mafiosi "possono andar via da Castelvetrano. Anzi ce ne possiamo andare dall'Italia se salgono". E poi conclude: "Prodi, questo babbu! ci consuma a tutti...".


Tra i grandi capi di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro è rimasto uno dei pochi uomini d'onore con alle spalle una tradizione familiare mafiosa che lo ha portato ad essere un leader nell'organizzazione criminale. Anche per questo motivo i mafiosi lo evocano o cercano un contatto anche solo indiretto. E il fatto che la sua latitanza si allunghi di anno in anno, porta nell'ambiente mafioso ad alimentare il culto e la fama di imprendibile. A differenza di altri capimafia, Messina Denaro si preoccupa dei propri uomini ai quali fornisce ogni cosa - anche somme di denaro consistenti - per farli star bene. Il suo grosso giro d'affari illegale è talmente vasto che gli investigatori fanno fatica a ricostruire tutti i passaggi economici sui quali hanno già messo le mani. Compreso il giro di politici collusi. Ma alla base di quello che fa questo boss c'è sempre il rispetto delle regole che la mafia si è autoimposta nel passato.

E proprio su questo punto i favoreggiatori sono entrati in fibrillazione quando hanno scoperto che il fratello di Matteo aveva una relazione extraconiugale con una ragazza di 29 anni. La stessa che era stata fidanzata con l'imprenditore Salvatore Grigoli, già arrestato perché prestanome del boss. Le microspie registrano le reazioni dei mafiosi, i quali commentano pure l'irruzione che la cognata del padrino ha fatto nella villetta in cui il marito incontrava la ragazza, sorprendendo la coppia. Chissà come l'avrà presa Matteo questa violazione delle regole.

martedì 9 febbraio 2010

Caro Silvio ti scrivo

di Giuseppe Lo Bianco
da il Fatto Quotidiano del 9 febbraio


Ciancimino jr. mostra la lettera del padre a B.: "Forza Italia nata dalla trattativa Stato-mafia". Alfano: un piano per colpirci


Il "pizzino" è senza data, la scrittura è quella di don Vito Ciancimino, i nomi annotati segnano il percorso di una storia imprenditoriale parallela ed occulta: "Berlusconi-Ciancimino, Marcello Dell’Utri Milano truffa e harcore Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto". Una storia che torna oggi a distanza di oltre 30 anni raccontata dal figlio dell’ex sindaco mafioso che in aula rivela: "Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia".

E per confermare le sue accuse tira fuori una lettera di scritta dal padre ma concordata con Provenzano nel 1994 e indirizzata a Dell’Utri (l’intestazione nel pizzino ritrovato, è saltata), e per conoscenza a Berlusconi, in cui don Vito minaccia di "uscire dal mio riserbo che dura da anni".
È la versione definitiva, inviata al destinatario attraverso il signor Franco, di una "bozza" che invece Provenzano avrebbe voluto più intimidatoria, minacciando un "triste evento", e cioè l’omicidio di uno dei figli di Berlusconi.

Don Vito l’avrebbe trasformata nella minaccia di parlare, sempre in perfetto stile mafioso. E che cosa minacciava di rivelare Ciancimino? Massimo risponde sicuro "che Forza Italia era nata dalla trattativa". Ma tra i segreti custoditi da don Vito come oggetto del possibile ricatto il pensiero corre anche agli investimenti di Milano 2, visto che il testimone ha parlato, dopo averli consegnati ai pm, di documenti manoscritti dal padre sul contributo di miliardi che Cosa Nostra, per suo tramite, avrebbe dato ai cantieri che proiettarono il futuro presidente del Consiglio nell’olimpo dell’imprenditoria italiana.

Adesso il "pizzino", assieme ad altri documenti e nuovi verbali di Massimo Ciancimino, è stato trasmesso alla procura generale che dovrà valutare se chiedere di nuovo l’audizione di Cianci-mino nel processo Dell’Utri, la cui requisitoria è ormai in via di conclusione. L’odore dei soldi mafiosi sulla direttrice Palermo-Arcore e l’ombra del ricatto alle istituzioni si spandono dunque nell’aula bunker dell’Ucciardone nella deposizione choc di Massimo Ciancimino, che scuote, come le parole del pentito Spatuzza, il dibattito politico.

Il ministro Alfano replica indignato: "Forza Italia ha emozionato milioni di persone, mai avuti contatti con la mafia". Per Dell’Utri il teste è "manovrato dai pm di Palermo", il generale Mario Mori, imputato nel processo per la mancata cattura di Provenzano, si lascia scappare una metafora militare: "Dice minchiate a nastro, come una mitragliatrice". Per la prima volta Ciancimino jr parla di un’unica trattativa tra mafia e pezzi dello Stato, collocandovi al centro il padre, tradito e sostituito, a suo dire, da Dell’Utri, ma rimasto comunque "consigliere" politico di Provenzano.

Sentiamo Massimo sulla "posta" del ricatto: "Vidi per la prima volta quel pizzino consegnatomi da Provenzano nel 1994, lo portai a mio padre detenuto a Rebibbia e glielo lessi. Lui poi scrisse la lettera. E mi disse di avere avuto l’idea di scrivere a Berlusconi dopo un’intervista che aveva rilasciato a Repubblica nel 1977 in cui diceva che avrebbe messo a disposizione una rete televisiva di un amico se fosse sceso in campo in politica".

Nasce così la lettera di minaccia che Ciancimino jr. spiega in questo modo: "Il ruolo di mio padre era quello di richiamare il partito (Forza Italia, ndr.) a tornare un poco sui suoi passi e di non andare fuori dai ranghi, Berlusconi era il frutto di questi accordi".
Un richiamo a Forza Italia, insomma, in puro stile mafioso. Che, però, si tinge di "giallo". Il pizzino verrà ritrovato anni dopo, nel 2005, durante una perquisizione in un magazzino dell’azienda di Massimo, ma spezzato a metà, con la parte superiore mancante.

"Ho svuotato la cassaforte ma quel foglio mi è sfuggito, l’ho visto intero fino a due mesi prima della perquisizione", ha detto il testimone che ha ribadito le sue accuse ai carabinieri di non aver aperto la cassaforte di casa sua, all’Addaura, ma anche quella, "ancora più grande", della sua casa di Roma rivelando di aver ricevuto suggerimenti da parte dei servizi, ma anche dell’ufficiale del Ros De Donno, di non parlare della trattativa.

E per spiegare il suo "centellinare" la produzione di documenti in procura, ha rivelato che 15 giorni prima dell’arresto venne avvertito di portare all’estero tutta la documentazione. Con tutte le difficoltà per tornarne in possesso.

venerdì 13 novembre 2009

domenica 1 novembre 2009

L'Angelino custode

da http://espresso.repubblica.it
28 ottobre 2009
di Lirio Abbate



I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia.


Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".

Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.

Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.

Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.

Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".

Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.

Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.

Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.

Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".

Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".

È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.

Negli anni caldi dello scontro politicamagistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".


giovedì 1 ottobre 2009

I favori della legge al grande crimine

da http://antefatto.ilcannocchiale.it
Il Fatto Quotidiano n°7 del 30 settembre 2009
di Roberto Scarpinato


Per valutare le possibili ricadute della prossima approvazione del nuovo scudo fiscale, può essere utile ricordare alcuni degli effetti negativi conseguenti all’entrata in vigore del precedente scudo: quello introdotto dal decreto legge 350/2001. In quell’occasione fu regolarizzata una somma globale di circa 73 miliardi di euro. A fronte di tale enorme massa di capitale, furono effettuate meno di trecento segnalazioni di operazioni sospette in tutt’Italia, di cui nessuna che riguardava la Sicilia. Grazie alle garanzie di anonimato accordate da quella legge, non fu possibile selezionare e intercettare il denaro sporco frutto di gravi delitti, ben diversi da quelli di natura fiscale per i quali era stata accordata la non punibilità.

Solo per una fortuita coincidenza investigativa, la procura di Palermo ebbe modo di individuare e sequestrare alcuni milioni di euro che uno dei riciclatori più importanti di Cosa Nostra, già condannato per mafia, stava tentando di fare rientrare in Italia. Ma si trattò solo di una goccia nel mare. Così un enorme e improvviso flusso di capitale sporco refluì come un invisibile fiume carsico nel bacino dell’economia legale, con effetti inquinanti e distorsivi del libero mercato, segnalati da vari indicatori . In quegli anni apparve sulla scena una miriade di nuovi ricchi che acquistavano a tutto spiano pacchetti azionari, immobili, attività imprenditoriali e commerciali con offerte di contante che “non si potevano rifiutare”, per la loro estrema appetibilità rispetto agli ordinari standard di mercato.

In alcune rinomate località turistiche si verificò il passaggio di mano di varie attività alberghiere e di ristorazione. Si registrò anche un singolare fenomeno linguistico: improvvisamente in quei locali si sentirono risuonare parlate siciliane, calabresi e campane, al posto dei precedenti idiomi locali. Del resto ai mafiosi il Centro Nord è sempre piaciuto moltissimo: posti tranquilli dove si può investire e “lavorare” senza problemi, e dove spesso si è ancora convinti che la mafia sia solo una storia di “coppole storte”, un relitto feudale del Sud arretrato.

Per evitare che la legislazione antimafia diventi un’eterna tela di Penelope, che di giorno si tesse con nuovi provvedimenti e di notte si sfila creando enormi zone di opacità impermeabili alle indagini, sarebbe il caso che questa volta non si ripetessero gli errori del passato e, dunque, si dotasse la magistratura di strumenti idonei per intercettare quelli tra i capitali rientrati che non sono frutto di reati condonabili, ma di altre attività criminose.

Atal fine sarebbe quantomeno indispensabile che la nuova legge imponesse espressamente agli intermediari finanziari (le banche che ricevono i capitali fatti rientrare) l’obbligo di comunicare i nominativi dei soggetti “scudati” all’Anagrafe centralizzata dei rapporti finanziari istituita presso l’Agenzia delle entrate, e che l’Anagrafe provvedesse a contrassegnare tali nominativi con un codice convenzionale in modo da consentirne l’immediata individuazione.

Attualmente tale obbligo è previsto solo da una semplice circolare del 2007, che già in tanti si sono affrettati a ritenere non applicabile in quanto non espressamente richiamata dal decreto legge 78/2009 che prevede il nuovo scudo fiscale. Coloro che faranno rientrare o regolarizzeranno capitali derivanti da reati non punibili, non avranno nulla da temere da una simile operazione di trasparenza, giacché la legge garantisce loro l’immunità penale e fiscale. D’altra parte rendere immediatamente “visibili” alla magistratura i nominativi dei soggetti scudati, offrirebbe la possibilità di verificare - nei modi e con le garanzie previste per le indagini penali - se tra costoro si celino prestanome e riciclatori di indagati per reati di mafia ed altri gravi reati, e di sventare così il tentativo di approfittare indebitamente dell’opportunità offerta dalla nuova legge per “ripulire” sotto banco denaro sporco.

Continuare invece a garantire l’anonimato ai soggetti scudati, affievolire per gli intermediari finanziari o addirittura eliminare l’obbligo di segnalare le operazioni sospette potrebbe essere frainteso come un pericoloso cedimento alla cultura dell’omertà, oltre che aprire di fatto un varco incontrollabile al riciclaggio di capitali illegali.

Si correrebbe così il rischio di cadere dalla sindrome della tela di Penelope nella più grave patologia della perturbante doppiezza di uno Stato che prima chiede ai cittadini di esporsi coraggiosamente in prima persona denunciando le richieste estorsive, e poi li invita a voltarsi dall’altra parte quando si tratta di “fare cassa”, accettando il rischio di “regolarizzare” anche gli introiti delle estorsioni. Perché, si sa, “pecunia non olet”.




lunedì 14 settembre 2009

Trovata la nave dei rifiuti radioattivi

da www.repubblica.it
12 settembre 2009
di Anna Maria De Luca




CETRARO (Cosenza) - E' lei. E' la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E' come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici. E la nave sarebbe una delle tre fatte sparire nei nostri mari con il loro carico mortale.
La verità è venuta fuori oggi pomeriggio: ora ci sono le foto scattate nei fondali da un robot inviato lì sotto dalla Regione Calabria. Sono abbastanza nitide. Si vede un mercantile adagiato su una fiancata lunga dieci metri, coperto da reti, costruito dopo gli anni Cinquanta. Si vede la prua squarciata e il fusto che fuoriesce. Sono foto importantissime, che abbiamo rischiato di non avere mai.

"E' un risultato - spiega il Procuratore Capo della Repubblica di Paola, Giordano Bruno - al quale siamo arrivati grazie al sostegno dell'assessorato all'ambiente della Regione Calabria che ha mobilitato uomini e risorse economiche per questo". Sì, perché in Procura spesso non arrivano neanche i soldi per comprare la carta per le fotocopie, figuriamoci per finanziare un'operazione cosi complessa. "Sono contentissimo - continua Bruno - ma anche triste: speravo di sbagliarmi. Quella che fino a ieri poteva essere una ipotesi diventa ora un fatto concreto e rivela un progetto tanto macabro da lasciare sconcertati".

Ora le indagini proseguiranno e sono davvero tanti gli interrogativi da sciogliere. "A quella profondità - dice il Procuratore Capo - la pressione è tale che non si sa fino a che punto dei fusti possano reggere senza spargere il loro contenuto in mare. E non sappiamo quanto siano isolati".

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina militare, nella zona - siamo a venti miglia al largo di Cetraro (Cs) - non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. Ma di battaglie pare ce ne siano state ben altre nei nostri mari, diventati il tavolino dove politica e mafia giocano le loro partite di soldi e di potere.

Certo, per avere la certezza matematica di cosa ci sia in quei fusti occorre aspettare che vengano tirati fuori dall'acqua e analizzati. Ma a questo punto il quadro sembra completo anche in considerazione della presenza di un'altra nave nei fondali di Amantea, la Jolli Rosso e del recente ritrovamento in zona di una collina di rifiuti radioattivi. Per non parlare dell'aumento dei tumori sulla costa, sui quali indaga proprio la Procura di Paola.

Quali saranno i prossimi passi? "Il robot - spiega il procuratore Bruno - non è potuto entrare nelle stive. Ora servirà usarne un altro, con un supporto più "morbido" capace di fotografare anche l'interno. Il nostro lavoro continua.

sabato 22 agosto 2009

Quanti amici ha Totò Riina

da espresso.repubblica.it
12 agosto 2009
di Giorgio Bocca



I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza


L'opinione di Giorgio Bocca di questa settimana ha scatenato una reazione compatta a difesa dell'Arma sia da parte della maggioranza che dall'opposizione. L'articolo è risultato particolarmente indigesto al comandante dei carabinieri, il generale Leonardo Gallitelli, che ha ricevuto la solidarietà del ministro dell'Interno Roberto Maroni. Indignato anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ha parlato di "accuse farneticanti da parte di chi, come Giorgio Bocca, non ha esitazioni ad infangare una delle principali, se non la principale, eccellenza italiana riconosciuta come tale nel mondo". Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, promette un'azione legale contro il giornalista per le "deliranti accuse di collusione in Sicilia tra Carabinieri e mafia". Ed è insorta anche l'opposizione. "Si può - ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd - discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l'Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell'azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione". Infine il leader del'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha invitato "tutto il Paese in ogni sua componente, maggioranza ed opposizione, a stringersi intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità e nella consapevolezza di ciò che rappresenta per il presente e per il futuro. L'articolo di Giorgio Bocca è infame e ogni altro commento è superfluo'

Ecco l'opinione della discordia: leggete e commentate

L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.

Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale. Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.

Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.
Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.

Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?

sabato 18 luglio 2009

I processi di cui non si deve parlare

da http://paolofranceschetti.blogspot.com
di Solange Manfredi




Ci sono alcuni processi, che da tempo si stano celebrando in Italia e che vedono coinvolti in reati gravissimi soggetti di primissimo piano delle nostre istituzioni, di cui i media non parlano, come se non esistessero.
Primo fra tutti, il più nascosto, è il processo che si sta celebrando a Brescia a carico del Generale Francesco Delfino accusato di concorso nella strage di Piazza della Loggia. Imputati nello stesso processo troviamo Pino Rauti (suocero del sindaco di Roma Alemanno), Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Giovanni Maifredi.
Ma da lungo tempo si sta celebrando anche il processo a Milano a carico del Generale dei Ros Gianpaolo Ganzer, del magistrato Mario Conte e di altri 23, tra ufficiali e sottufficiali dei Ros. L'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, peculato e falso.
Altro Generale dei Carabinieri sotto processo, questa volta a Palermo, è il Generale Mario Mori accusato, insieme al colonnello Mauro Obinu, di favoreggiamento aggravato per aver agevolato Cosa Nostra, nello specifico di aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano.

Tre Generali dei Carabinieri sotto processo per reati gravissimi e i media praticamente non ne parlano.

Ma la cosa non è diversa per i processi a carico di politici, basti pensare al processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione e a due anni di libertà vigilata, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Identica cosa per il processo ad Antonio Bassolino accusato, insieme ad altre 28 persone tra cui alti dirigenti di Impregilo, di frode in pubbliche forniture, alla truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, abuso di ufficio, falso e reati ambientali commessi nel periodo in cui era Commissario Straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania.
Altro processo di cui non si parla è il processo Hiram, ovvero un processo che vede coinvolti, in un'associazione a delinquere finalizzata ad aggiustare o ritardare (al fine di far prescrivere i reati) i processi in Cassazione, mafiosi, massoni, avvocati, poliziotti e preti. Eppure, anche in questo caso nulla.

I media, che ci hanno sommerso di articoli e trasmissioni sui processi a Vanna Marchi, alla Franzoni, a Meredith, ecc... di questi processi non parlano.

giovedì 9 luglio 2009

Silvio e la mafia: la lettera

da http://espresso.repubblica.it
7 luglio 2009
di Peter Gomez



Una missiva che documenta i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra. Anche dopo la "discesa in campo". E' stata trovata tra le carte di Vito Ciancimino. E "L'espresso" la pubblica in esclusiva.

Adesso c'è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua "discesa in campo", come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d'appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che "L'Espresso" online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: "... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi.Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive".

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l'altro, portato all'apertura di un'inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell'Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola, e il deputato dell'Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d'indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino.

Anche quando l'ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: "Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all'On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive", si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell'Arma.

Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all'epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L'unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni '70-'80 dall'allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell'assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.

Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l'aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: "Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all'una meno venti mi arriva un messaggio?"
Massimo: "L'altra volta l'ho incontrato in aereo"
Luciana: "Eh... il 27 marzo, a Palermo... per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura... eh... previsione... In previsione saremo 15 mila..."
Massimo: "Ah"
Luciana "...eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: "rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti" ...in dialetto, eh... eh (ride) e mi risponde: "suca" ...eh (ride) ...mezz'ora fa mi chiama e mi fa: "Minchia ma sei una merda" e allora ci dissi "perché sono una merda".

Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l'ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda]? io ti sto dicendo che il 27 marzo "
Massimo: "E digli che c'abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro..."
Luciana "(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: "Si, ce l'abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?"
Luciana: " Ma che cazzo dici"
Massimo : "Certo"
Luciana: "Del Berlusca?"
Massimo: "Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo..."

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l'assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: "Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l'indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino".

Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell'archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze (spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all'allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.

Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell'inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del '94 aveveva confidato all'investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima "i palermitani" avessero indetto una "riunione ristretta" a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.

Nell'incontro "era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare 'Forza Italia'. In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza... (inoltre) i vertici 'palermitani' avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all'entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie "famiglie mafiose" nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..". Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell'ideatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell'archivio di Ciancimino si inserisca all'interno di questa presunta trattativa. Nel '94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all'interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.

Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere ("il triste evento"), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all'approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.